Poem Shot (25): Erika Crosara (1977 – )

Erika Crosara è stata, per me, forse la più bella rivelazione del censimento poeti di Pordenonelegge. È lei che ho votato (insieme a Giulio Marzaioli e a Gilda Policastro; mie considerazioni metodologiche e sostanziali sul censimento seguiranno nei prossimi giorni, spero) e il suo modo di fare poesia mi sembra indicare una via proficua tra resoconto trattenuto e percezione di voci incarnate, tra lirica e costruzione del discorso. Un modo che mi ha ricordato il Guglielmin di C’è bufera dentro la madre, uno dei poemetti più belli e intensi letti di recente (non sarà un caso che Guglielmin sia il prefatore del primo libro di Crosara). Il fatto che la raccolta di Crosara sia risultata vincitrice al premio Lorenzo Montano di Anterem (nel 2010) è motivo che accresce la mia fiducia in quel premio, cosa non facile quando attorno vedi spuntare aggregati poetici ben fatti ma mancanti di un quid, anonimi o tardo epigonici, insomma. Ma perché Crosara non viene mai riproposta dai blog poetici? Forse perché molti di questi accettano le (auto)proposte degli autori, anziché cercarli attivamente?

(l’inverno è rotto)
1.
«sono tutti bravi quando aspettano nenie, mirini,
dolci forni delle feste. accorrono col fiore infilzato,
con occhi grandi come pavoni».

2.
«ah dice se il melo almeno cantasse invece di questa
soldataglia glabra che vedo passata sopra e acuta sui
ponti, e che viene nel mondo, nel porco, nel bisogno
del giorno. una mano energumena entra nel piatto,
la malaparata avanza e taglia dopo la corda persino
i confini, coi petali intorno».

3.
«le lodi rimbalzano fra cannule e strisce ventose,
netto e mondato cammina. c’è fresco sotto le instabili
mura, muore ogni discorso davanti al serraglio. oggi
che il campo è nudo e un falco si annuncia nelle cose
minori, nei laghetti, per strada».

cauda.
«perché la polvere arretra, a stento ti dice: non importa
l’inverno è rotto e tu stipi e ti rimetti».

È la prima volta che su Poem Shot analizzo una poesia (quasi) interamente presentata come discorso diretto di cui non è svelata la fonte dell’enunciazione. Di per sé questa procedura non è una novità (ma quale la è?), perché esempi analoghi figurano in alcune poesie di Milo de Angelis e perfino in alcuni passaggi dei Cantos poundiani, dove le voci si affollano senza che ci sia sempre dato di ricondurle a qualcuno. Questa poesia di Crosara si presenta dunque come un reportage – una trascrizione di voci e testimonianze da un luogo – a frammenti. Un frammentismo che iconicamente risponde al titolo (l’inverno è rotto) ma che anela all’unità, come composto e perfino classico (ma di un classicismo da metrica barbara, vicina agli esametri latini o ai versi lunghi pavesiani) è l’incedere dei versi.

La prima trascrizione (1) inizia con l’espressione «sono tutti bravi quando…», con un tono di rassegnazione e ironia naturalmente veicolato da simili occorrenze nella lingua corrente e dovuto, nella semantica frasale, al qualunquismo esposto di ‘tutti’ e al complemento di limitazione applicato al non agire, all’aspettare. Aspettare cosa? Il complemento diretto consiste in una accumulazione di elementi contrapposti, legati al riparo della ripetizione (nenie) alla violenza (mirini) e agli affetti comunitari ma con un’eco per me mostruosa («dolci forni delle feste»: dove ‘forni’ e ‘feste’ assumono una connotazione sinistra per la presenza di ‘mirini’ appena prima, facendomi legare ‘forni’ all’olocausto e ‘feste’ al ‘festino’ della Primavera Hitleriana di Montale). Lo stridore del ‘fiore infilzato’ conferma questi brutti presagi, aumentati – in tutto il passaggio – dall’impossibilità di sapere l’identità della terza persona plurale, argomento del discorso (qualcosa di simile, e similmente sinistro, è in Sereni, quando comincia con «Mi prendono da parte, mi catechizzano» in La pietà ingiusta).

In (2) – data per scontata l’impossibilità di decidere se il locutore è lo stesso che in (1) – sembra però di poter percepire una modulazione interna, più intima. Fatto sicuramente dovuto al passaggio dalla narrazione esterna di (1) all’ipotetica rafforzata da interiezione di (2) («ah dice se il merlo almeno cantasse»). Ma come mai non c’è nessuna impressione di patetismo, qui? Ipotetica e interiezione dovrebbero portare al patetismo come un’equazione tra linguistica ed effetti. Invece da un lato c’è il distanziante ‘dice’ che rende il discorso diretto un discorso riportato da altra fonte,  come una mise en abîme per cui chi è interrogato riporta le parole di un altro, con doppio distanziamento dall’io lirico: non è la poetessa a parlare, e neanche un suo personaggio: è un personaggio immaginato a riportare le parole di un enunciatore che rimane indeterminato. E poi – pragmaticamente, ovvero a livello di contesto – c’è il contrasto tra il cantare del merlo e la soldataglia glabra, che riduce il desiderio espresso nell’ipotetica da alternativa allo stato di cose presente a semplice accessorio che può, simbolicamente (ma solo simbolicamente) opporsi al male. Il canto (assente, tra l’altro) del merlo contro la marcia dei soldati. Con l’inquietante «mano energumena» si passa da una presa esterna (i soldati che passano sul ponte) a una interna, una scena di focolare (‘piatto’ può essere letto come una sineddoche di casa, di frugalità). Notare poi come l’espressione «persino / i confini, coi petali intorno» fonda l’immagine del fiore (riprendendo e replicando, con variatio, i «fiori infilzati» di 1) con quella della terra intesa come confine geografico e punto strategico. Un montaggio metonimico di elementi che sembra adatto per un tipo di poesia autenticamente civile. La metonimia e la fusione concettuale-immaginativa degli elementi si sostituisce, per fortuna, alla pratica diretta della metafora, del metamorfismo estetico e tutto sommato esteriore a cui cedono molti poeti contemporanei.

In (3) elementi o segni del discorso (‘lodi’, ‘discorso’, ‘si annuncia’) sono compenetrati in uno scenario di immota e sterile rusticità (appena suggerito da «il campo è nudo», dalle «cose / minori, nei laghetti, per strada», le ‘cannule’). Il cambio dei soggetti, più repentino che in (1) e (2), suggerisce che dalla narrazione-descrizione dei due primi momenti si passa a uno più sintetico, con inflessioni più filosofiche, eppure senza cambiamenti di ritmo o registro: un senso di uniformità e monotonia è necessario per il funzionamento della poesia in questione.

Misteriosa, e quindi carica di significanza, è la svolta degli ultimi tre versi: anzitutto questi introducono, in posizione assai forte, la parola ‘cauda’, l’unica a cadere fuori dal discorso diretto. ‘Cauda’ è termine zoologico per ‘coda equina’: eppure questo non ci porta da nessuna parte. È più plausibile (tralasciando un probabile uso regionale del termine, a me ignoto) leggerla come ‘coda’ nel senso di ‘chiusa del componimento’ o ‘postilla’ (per semplice associazione linguistica penso al sonetto caudato), e come tale sembra l’unica diretta intrusione autoriale nel componimento. È però cruciale: perché instilla anche il dubbio dell’arbitrarietà della scelta di quando interrompere o meno le trascrizioni, esponendo il ruolo di selezionatore che sempre deve svolgere chi scrive. L’aggiunta di ‘cauda’ sembra perciò un taglio inferto al discorso (e come non collegarlo alle immagini di recisione dei ‘fiore infilzato’, e di «taglia dopo la corda persino / i confini»?) e al tempo stesso una promessa di continuità. È solo a questo punto, infatti, che il lirismo del ‘tu’ autoriflesso, dei verbi usati intransitivamente («ti stipi e ti rimetti») e della predicazione «l’inverno è rotto» ripreso dal titolo, possono avere luogo con naturalezza, come una possibilità più che legittima del discorso poetico.

“Cerchi”, di Alessandro Castagna

Ricevo e diffondo volentieri questa segnalazione di Alessandro Castagna, amico e poeta gia’ autore di una raccolta, Chiaroscuri (qui la mia recensione) che ha appena pubblicato il suo secondo libro, Cerchi, in quanto l’opera e’ risultata vincintrice al Premio S. Domenichino.

Segnalo inoltre che Alessandro sara’ presente anche il 24 maggio, alla Libreria Popolare di via Tadino, ore 18.00, dove contribuira’ a presentare la nuova raccolta di Alessandra Paganardi, La pazienza dell’inverno (Puntoacapo, 2013), e all’istituto Bertelli di Milano il 29 maggio, ore 18.00, per presentare la sua nuova raccolta Cerchi.

Qui sotto una poesia tratta da Cerchi e un passaggio dalla prefazione di Stefano Maldini.

18 gennaio 2012

Se fuori è giorno o notte poco importa
nel ventre della città che non si ferma
(si moltiplicano i paesaggi, secondo l'ora,
solo numericamente –
forse una ruga in più la sera)
linea rossa
	– métro, boulot, dodo per chi ubbidisce –

a lato, la striscia gialla
della banchina, ma non sferraglia –
è tutto silenzioso sui binari,
io in bilico sul segno.
Avanti e indietro,
una corsa su se stessa
fino quando il respiro si sfinisce,
	piega le ginocchia.

 

“Dopo aver suonato i molti spartiti del suo animo e accordato così la lingua in Chiaroscuri, Alessandro Castagna con questa nuova opera punta dritto al cuore della sua ispirazione e senza cercare vie di fuga – “Il primo gesto rivoluzionario / è chiamare le cose / con il loro vero nome” dice Rosa Luxemburg – lo dichiara immediatamente nella figura polisemica del titolo. I Cerchi racchiudono infatti il desiderio di perfezione ma anche il pericolo della ripetizione, la prigione dell’identità ma anche la prospettiva aperta del rinnovamento, così evidente quando il sostantivo lascia il posto alla coniugazione presente del verbo cercare. Trovare una forma raffinata che trattenga i frammenti del mondo e i “frantumi che rincorrono frantumi” della propria storia, e in questo modo forse salvarli, ma poi salvare se stesso e attraversare una nuova soglia per rimettersi in una posizione di nascita, non lasciandosi incantare da ciò che si è costruito, ritenendolo a torto un assoluto” (Dalla prefazione di Stefano Maldini)

 

 

 

Poem Shot (24): Jeremy H. Prynne (1936 – )

J. H. Prynne è considerato il maggiore esponente della Cambridge School, corrente di poesia sperimentale in Gran Bretagna, parente e antagonista dell’americana Language Poetry e rinomata per il culto della forma, per la complessità ermetica (che combina i pur diversissimi Mallarmé, Pound, Beckett e Celan, per dire) e che l’ha resa invisa al mainstream. Su Poem Shot avevamo già analizzato una poesia di R. F. Langley, altro esponente del gruppo, suo coetaneo e amico, relativamente più accessibile. Prynne infatti, ritenuto da più parti (e non del tutto a torto) quasi incomprensibile, è uno dei pochissimi poeti a inghiottire il lettore nel buco nero della propria assoluta alterità, ricerca (a)linguistica e densità quasi implosiva di contenuti. Per tentare una strana ma spero illustrativa proporzione, Prynne sta alla maggior parte dei poeti attuali come Joyce sta (ancora) alla maggior parte dei romanzieri attuali. Oppure, Prynne può essere accostato a un Zanzotto se possibile ancor più estremizzato. Proviamo allora ad avvicinarci a una sua poesia – senza titolo – tratta dalla raccolta Oval windows (1983), ora ristampata in Poems (Bloodaxe 2005).

Low in these windows you let forth
a lifelong transfusion, as by the selfsame
              hand that made these wounds.
Keep back from the upper notch, running below
a steep flurry of pollen like a pestilence
              rated up for coverage.
The two main shadows over the future tense
are pity and the lack of it, win or lose:
banking on form, the bright lozenge marks
rape swathing under a bandaged sleeve.
Stacking the calls as they come in to land
       a perdita d’occhio the drill rigs
       make a ring of wire, welded on.

Da Oval Windows, 1983

TraduzioneGiù in queste finestre lasci andare / una trasfusione lunga una vita, come dalla propria stessa / mano che fece queste ferite. / Stai alla larga dalla tacca in alto, correndo sotto / un ripido turbine di polline come una pestilenza / con buona copertura. / Le due ombre maggiori sul tempo futuro / sono la pietà e la sua mancanza, vincere o perdere: / durante il modulo in banca, la pastiglia lucente / segna lo stupro avvolto sotto una manica bendata. / Impilando chiamate come vengono atterrando / a perdita d’occhio trivella il trapano / fa’ un cerchio di filo, saldato.

In questa poesia l’appiglio di un tema è possibile ravvisarlo (il Prynne degli ultimi anni è assai più a-grammaticale di quello qui preso in esame): ci sono riferimenti alla malattia e alla cura (‘transfusion’, ‘wounds’, ‘pestilence’), e un paio di versi sensazionali (i vv. 7-8) per la loro memorabilità di constatazione (Le due ombre maggiori sul tempo futuro / sono la pietà e la sua mancanza, vincere o perdere). Versi, questi ultimi, che sembrano accusare, adottandola, l’intrinseco ragionare dicotomico e oppositivo (‘due’, ‘vincere o perdere’) del mondo attuale.

Questa dicotomia balenava in una contraddizione nei versi precedenti: chi ci tiene in stato comatoso (‘lifelong transfusion’) e chi ci ferì (‘these wounds’) è la stessa persona, o ente. Ma chi? A questo punto, l’indeterminatezza estrema della poesia è funzionale: il ‘tu’ adottato può essere un tu generico o colloquiale, oppure un tu auto-riferito (cioè il ‘tu’ lirico in cui il poeta monologa con se stesso) o ancora un destinatario specifico e però sconosciuto. Allo stesso gioco tra situazionalità e indeterminatezza si prestano i deittici (‘queste finestre’, ‘queste ferite’: ma quali?), che nel caso citato tra parentesi instaurano anche un parallelismo paronomastico tra i referenti che accompagnano (windows-wounds), alludendo a una correlazione che può essere un punto d’ancoraggio per l’interpretazione.

L’indeterminatezza è tale che non sappiamo se a correre sia la tacca o il destinatario della poesia: ‘running’ agisce infatti come free modifier, modificatore libero, e possiamo grammaticalmente legarlo a entrambi i soggetti. Rischiando di sovra-interpretare, si può dire che nella liquidità attuale (non a caso seguirà un riferimento alle banche, immancabile in Prynne) oggetti, simboli e persone perdono d’identità a tal punto da apparire interscambiabili. Da questo punto di vista, se Prynne agisce nello stesso milieu postmoderno dei Language Poets (tra cui Bernstein), la nostalgia per qualcosa di intero e ormai perso è assai più forte: l’attitudine modernista prevale su quella più ludica e leggera (benché non meno critica del presente) di un Raworth o un Ashbery.

Fin qui abbiamo intravisto segnali sinistri, di malattia e d’incombenza; segnali che continuano, più tragici ed espliciti, in ‘the bright lozenge marks rape swathing under a bandaged sleeve’. Medicina, violenza carnale, cecità e finanza sono giustapposte in frasi dove non c’è nessuna devianza sintattica e dove però la devianza semantica apparente è ai massimi livelli. I frequenti cambi di soggetto – soggetti inanimati che spesso si animano minacciosamente, riversandosi su altri in un gioco d’azzardo accelerato eppure calibratissimo – danno a questa e a molte altre poesie di Prynne quell’elusività, quel senso di eccesso stranamente così poco esibizionista (l’ideale ascetico di Prynne, messo in luce dal critico Mellors, può avere un ruolo in questa nostra percezione)  che  ne fanno forse il poeta al tempo stesso più metaforicamente esuberante e matematicamente freddo attualmente in circolazione. Immagino (forse sbaglio) che un’esperienza simile, in Italia, sia quella di leggere Millimetri di De Angelis: sarà il comune substrato neoermetico (ma Prynne aggiunge un tono di preoccupazione civile, ambientale e finanziario estraneo a De Angelis), eppure in entrambi i casi si ha l’impressione di una lingua autentica, vicinissima eppure remota, precipitata o meglio implosa nella sua intransigenza.

Bartolo Cattafi: il sito ufficiale

Fino a non molto fa mi risultava che l’unico sito dedicato a un grande poeta italiano del Novecento (quindi escludendo quelli personalmente curati dagli autori) fosse quello, assolutamente meritorio quanto recente, dedicato a Roberto Roversi.

Invece no. Per caso, e con stupore, ho scoperto del sito ufficiale di Bartolo Cattafi, poeta a me caro. Allo stupore si e’ accompagnata l’amarezza: perche’ non ne e’ stata data sufficiente notizia? seguo costantemente i blog poetici da quasi due anni ormai, eppure nessuno mi aveva mai informato dell’esistenza di questo sito – che appare molto serio e ben fatto, con dovizia di materiali d’archivio altrimenti difficilmente reperibili.

Questo sito, al pari di quello dedicato a Roversi (e ad altri che mi auguro seguiranno) offre un potenziale di educazione poetica per il lettore appassionato, e di approfondimento per il critico non specializzato su un dato poeta.

 

 

 

 

Poem Shot (23): Roberto R. Corsi

Quando leggo in rete dei soliti (pur bravi, ma difficilmente più che bravi) nomi che circolano e rimbalzano di sito in sito, mi rendo conto di quanto lavoro c’è da fare per erodere dall’interno questo meccanismo pseudo-critico che oscura – per pigrizia o cattiva fede – voci come, per esempio, quella di Roberto R. Corsi. Se Roberto non si fosse posto in dialogo qui con questo mio scritto programmatico, probabilmente a tutt’oggi non saprei dell’esistenza della sua scrittura poetica. Ne ho avuto una prima portata importante con la sua raccolta in progress Cinquantaseicozze, leggibile a puntate sul suo sito. Per Poem Shot ho scelto – dopo averle rilette tutte – la terza, che mi sembra (insieme alla seconda) una delle più riuscite. Esorto comunque a leggerle tutte, per scoprire una voce indipendente, diretta e ricercata, auto-ironica e aspra.

III.

La radio semina ricorrenze civiche nel deserto; io
rivedo i tuoi sguardi clorofilla che a sprazzi hanno irrorato giorni spessi.
Umidi dei vent’anni mi annunciarono di via D’Amelio, ed eravamo
casti e sapevi del fieno attorno casa; poi burrascosi in venuzze, specchi
ustori di Alice nel meraviglioso mondo bancario all’alba del nuovo
millennio, sprezzavano a Genova quei miei comunisti di merda
se Giuliani è morto, dicevi, qualcosa avrà pur combinato,
male non fare paura non avere (refugium peccatorum).
Poi facevamo una pace generosa e m’affilavo nella tua carne come l’illusione
ultraterrena sa innestarsi nell’occaso, gentilmente deflorando la foschia.
Di noi per fortuna non resterà nulla, i quarant’anni son tazze riposte all’acqua fredda
del calcolo, galassie in moti diametrali, sgranate da qualunque
storia risoluta nello schivarci, orrore grosso di stragi mangia
orrore piccolo del tuo delirio borghese rampicante, della mia vulvocentrica viltà.

 

Questa cozza è una delle più perfette e naturali compenetrazioni tra confessione privata e contesto storico che ho letto da un bel po’ di tempo a questa parte. Questa tensione, questa dialettica s’innerva già nel primo verso: da un lato una constatazione asciutta, dove la formalità di una parola come ‘ricorrenze’ sembra anticipare il vuoto implicito in (o semioticamente suggerito da) ‘deserto’. Dall’altro quell’ ‘io’ in bilico a fine verso, quasi un’appendice suo malgrado espulsa da una partecipazione più implicata (onde il punto e virgola), dall’altro tenacemente vicina al dato collettivo: sullo stesso piano, o verso.

Ma rileggiamo il primo verso, apparentemente amaro: escludendo come poco plausibile o giustificata una lettura  di ‘semina’ nel senso di ‘fa disperdere’ (che lo renderebbe, se possibile, ancora più amaro) può balenare il portato di speranza del verbo ‘semina’, cui non è estranea un’eco biblica. Intanto, però, qualcosa davvero fiorisce: è la memoria del soggetto poetante, o io empirico, che si rivolge a ‘tu’ intimo, femminile, il quale si fa carico dei connotati di rinnovamento (espressi tramite un lessico botanico: ‘clorofilla’, ‘irrora’) presagiti e negati al tempo stesso nella diffusione radiofonica delle notizie.

Questo è significativo: nell’impotenza di agire in un contesto collettivo e modificarlo (in quest’ottica, non è casuale il riferimento ai drammatici giorni del G8 e alle parole, apparentemente desuete, ‘comunisti’ e ‘borghese’), al soggetto non rimane che il privato, la compensazione del ricordo, l’intimismo. È quanto succede in molta poesia contemporanea: che però, a differenza di quella di Corsi, sembra rimuovere o dare per scontato il contesto in cui le nostre poesie vengono scritte. È una differenza cruciale: la differenza che passa tra il mettersi all’angolo guardando rabbiosamente il resto della stanza, e quella di pensare che il proprio angolo sia tutto o che nulla debba mutare.

Corsi sa però bene che questa fuga nel privato – che per alcuni dura un libro o un’intera carriera – non può durare, se davvero si vive nel mondo: e quindi, appena un verso dopo, l’irruzione nel ricordo della strage mafiosa di via D’Amelio, che richiede alla poesia un innalzamento retorico (‘mi annunciarono’) richiesto dal tragico e opportunamente negato al primo verso, dove si enunciava seccamente la trivialità (comunque grave) di un non-fatto, di un non-accadere che è forse lo specchio più fedele di questi ultimi vent’anni italiani.

Accenni regressivi, bucolici (“eravamo / casti e sapevi del fieno attorno casa”) cozzano, è il caso di dirlo, con la satira che fa diventare ustorio lo specchio di Alice nel paese delle meraviglie e combina ‘meraviglioso’ con ‘bancario’. L’asprezza del sintagma (‘meraviglioso mondo bancario’) è, ironicamente, quasi meno destabilizzante delle pubblicità che ingegnosamente ancora continuano a venderci la banca come un campione di valori umani, nonostante o proprio per il crac finanziario mondiale. Anche in Litalìa De Alberti ironizza amaramente sulla bontà delle banche.

Il turbine di giustificato pessimismo si intensifica nelle espressioni in corsivo, stralci di dialogo o monologo interiore il cui contenuto, intollerabile, è però divenuto parte di noi, del ‘vivi e lascia vivere’ all’italiana: nella poesia è difficile, significativamente, attribuire questi stralci a un soggetto piuttosto che a un altro. Il senso di impotenza, l’addossamento di colpe non direttamente proprie, fa iscrivere questa poesia – e in generale, la scrittura di Corsi – in un paradigma fortemente etico che va dalla Primavera Hitleriana di Montale a Nel vero anno zero di Sereni al Pusterla di Le prime fragole.

Non è allora un caso se il flusso sintattico si interrompe qui, dopo un accumulo non più sopportabile; come non è un caso che il verso successivo (il v. 9) si apre con la parola ‘pace’, che nel contesto semantico della frase rimane un dato privato (il ‘fare la pace’), mentre nel contesto semiotico della poesia risuona delle tensioni esplose nei versi precedenti. Quando arriviamo a ‘pace generosa’ ci è difficile prendere sul serio l’espressione, ci è difficile darle più peso di quello che ha nel linguaggio corrente l’espressione ‘fare pace’. Un esempio di come la poesia, funzionalmente, può rinunciare a caricare il discorso corrente di significanza, proprio per esporlo nella sua nudità.

Ritorna, più spaesato che mai, il lessico botanico, ora più connotato sessualmente (‘innestando’, ‘deflorando’, ‘vulvocentrica’). Grande è la sconfitta personale e storica, il senso di auto-distruzione enunciato quasi con cinismo (‘Di noi per fortuna non resterà nulla’), che ancora una volta mi rimanda al Sereni più cupo (‘Non ti vuole ti espatria / si libera di te / rifiuto nei rifiuti / la maestà della notte’, da Notturno, in Stella variabile). Il salto dall’intimismo (‘tazze’) al cosmico (‘galassie in moti diametrali’) è immediato e si appoggia al linguaggio sempre più verticale (valga per tutte la metafora ardua ‘tazze fredde / del calcolo’) di una poesia che più sa la sua (nostra) sconfitta, più non teme di incarnare – nella forma – un assoluto risarcimento all’offesa, in una scansione chirurgica dei versi lunghi eppure mai rappacificati.

 

Le cose intorno: poesia per voci sparse (lettura poetica, 22 giugno)

Segnalo con piacere e anche convinzione Le cose intorno: un evento di letture poetiche che si terra’ a Forte Poerio, Mira (Venezia) sabato 22 giugno e possible anche grazie a dopotutto. Mandate i vostri testi per la selezione all’indirizzo email postato qui sotto!

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Ridurre lo sguardo alle cose intorno; alle cose che obbligano con il loro limite. Ritrovare un linguaggio che “sia il più possibile concreto e il più possibile preciso”, come si augurava Calvino più di quaranta anni fa. Una scrittura che eviti espressioni astratte e generiche. Una lingua che senta “la soddisfazione di stringere la realtà in modo che non scappi” e ristabilisca con le cose una relazione accessibile e umana.

Farlo anche riconducendo lo sguardo alla geografia; a una sorta di geo-affettività sparsa, una familiarità estranea e dislocata, un dislocamento interno; anche interiore. Una condizione che resta a prescindere ed è indipendente dal luogo delle origini. Un sentire che rimane anche quando si è a casa. Una sensazione che nasce da quello che gira intorno,  dalla continua oscillazione del punto di vista con cui si impara a convivere.

  • A partire da queste due riflessioni su linguaggio e geografia, le cose intorno invitano tutti gli autori che scrivono poesia che si sentono presi in causa a mandare, entro il prossimo 2 giugno, una selezione di min. 5 max. 10 testi e una breve nota bio-bibliografica in un unico documento word all’indirizzo:

lecoseintorno@gmail.com

  • I selezionati avranno l’opportunità di leggere i propri testi sabato 22 giugno dentro al suggestivo scenario di Forte Poerio, a Mira. La serata sarà inserita nel festival indetto dalla Cooperativa Primavera e organizzata dall’Ostaria dai Kankari.

 

 

Poem Shot (22): Hart Crane (1899-1932)

Hart Crane è stato poeta estremo, nella vita (si gettò, o cadde ubriaco, da un piroscafo a soli 32 anni) così come nelle dichiarazioni di poetica, spinte sul pedale dell’alogico, della visione non compromessa e assoluta, tanto da farlo accostare a un Rimbaud del ventesimo secolo e da essere stato fonte di ispirazione per Dylan Thomas, tra gli altri. Come spesso succede ai poeti con una biografia estrema, la sua opera sembra passata ahimè in secondo piano, tanto che Crane è a tutt’oggi uno dei pochi grandi modernisti americani non ancora adeguatamente letti e studiati. La lirica che qui presento, tratta dal primo volume White Buildings (1926) mi sembra perfetta per capire l’alterità immaginifica di questo poeta, ma anche il suo eccellente controllo formale – aspetto di cui si parla poco.

 

 

 

 

 

 

Paraphrase 

Of a steady winking beat between
Systole, diastole spokes-of-a-wheel
One rushing from the bed at night
May find the record wedged in his soul.

Above the feet the clever sheets
Lie guard upon the integers of life:
For what skims in between uncurls the toe,
Involves the hands in purposeless repose.

But from its bracket how can the tongue tell
When systematic morn shall sometime flood
The pillow – how desperate is the light
That shall not rouse, how faint the crow’s cavil

As, when stunned in that Antarctic blaze,
Your head, unrocking to a pulse, already
Hollowed by air, posts a white paraphrase
Among bruised roses on the papered wall.

From White Buildings, 1926

Traduzione di servizio: Parafrasi. Di un regolare intermittente battito tra / sistole, diastole raggi di una ruota / chi balza su dal letto di notte / può trovare il disco inciso nell’anima. // Sopra i piedi le lenzuola diligenti / vegliano sui numeri interi della vita: / perché ciò che scorre in mezzo distende le dita, / intrattiene le mani in un riposo senza scopo. // Ma dalla sua parentesi come potrà la lingua dire / quando sistematico il mattino a volte inonda / il cuscino – quanto disperata è la luce / che non sorgerà, quanto sfocato il cavillo del corvo / come, quando attonito in quel bagliore antartico, / il tuo capo, immobile a un pulsare, già / svuotata dall’aria, espone una bianca parafrasi / tra le rose contuse sulla carta da parati.

La forma tradizionale della lirica – quattro quartine legate da discrete assonanze o consonanze, mai da rime perfette – viene utilizzata da Crane con una flessibilità ritmica notevolissima: per esempio, l’apparente forzatura del marcatissimo iato tra complemento oggetto (‘record’) e suo modificatore (‘Of a steady […] spokes-of-a-wheel’) è pacificata dalla sua piena inclusione nella quartina e funziona come messa in rilievo del tema: il battito cardiaco espresso tramite la perifrasi tecnica dei primi due versi. A quasi cent’anni dalla stesura della poesia, ancora oggi usare parole come ‘sistole’ e ‘diastole’ in poesia potrebbe perfino sembrare ardito – ma qui siamo in Italia, dopotutto…

Il battito regolare eppure a intermittenza del cuore (‘steady winking beat’, con una sfida alla logica aristotelica della non-contraddizione) è associato, con salto immaginativo ardito, ai raggi delle ruote (‘spokes-of-a-wheel’). La poesia è una perifrasi, una riformulazione – eppure, e senza ironia, il suo titolo è ‘parafrasi’: Crane traveste e complica un semplice dato esperienziale (il sonno, l’essere sdraiati) per renderlo però meno mediato, più tangibile, con una fiducia nella metafora come scorciatoia, illuminazione deduttiva.

Tutta la poesia è percorsa da una spersonalizzazione, per cui il soggetto è menzionato in terza persona e lasciato indeterminato (‘one’, v. 3), poi alla seconda personale (un ‘tu’ generico di probabile valore autoriflessivo) e scomposto nelle varie parti del corpo (‘feet’, ‘toe’, ‘hands’, ‘tongue’, ‘head’). Tale spersonalizzazione, la rinuncia di una diretta agenza dell’io, è memore forse della direttiva eliotiana dell’impersonalità: Crane, come molti altri poeti, amò e riconobbe la grandezza di The Waste Land, pubblicato solo quattro anni prima, ma al tempo stesso ne rifiutò l’eccessivo senso di disperazione, la resa a ogni possibilità di salvezza.

Il risultato di questa scomposizione degli elementi è quello di una presa ravvicinata dei movimenti del corpo nel sonnambulismo (‘one rushing from the bed’), la sua vita quando la coscienza è ridotta al minimo. Si tratteggia insomma uno stato di trance, di (positiva) uscita da se stessi, che diventa specchio dello stesso processo creativo a monte della poesia (si ricordi l’importanza accordata da Crane all’inconscio, al serbatoio di imagery che consente) qui concretizzata per via perifrastica nella ‘bianca parafrasi’ (‘white paraphrase’) sulle rose della carta da parati: un’immagine che compendia una fortissima interpenetrazione di astratto e concreto, e che agisce su chi legge come una calamita. Tra parentesi, l’uso dell’aggettivo ‘bianco’ è un marcatore stilistico del simbolismo, da Mallarmé in poi (e ha ancora parecchia fortuna nei nuovi sperimentalismi: si legga questo splendido testo di Giulio Marzaioli).

C’è un’idea di poesia integralmente orfica, con il poeta come semplice medium della scrittura, dettata da un dèmone: un’idea oggi difesa e ripetuta con forza da Milo De Angelis e dai poeti essenzialmente visionari in genere. Eppure non c’è nessuna auto-esaltazione, c’è invece una trascrizione fedele, che non ha paura – in nome della precisione – di adottare metafore che verosimilmente fecero affibbiare a Crane l’etichetta, quasi mai elogiativa, di poeta difficile.

Una di queste metafore è ‘the integers of life’, i ‘numeri interi della vita’: con un termine tecnico tratto dalla matematica, che si aggiunge a ‘sistole’, ‘diastole’ e un potentemente impoetico ‘sistematico’, anticipa gli esperimenti di contaminazioni lessicali di molti poeti successivi, ed esprime al meglio uno dei paradossi della poesia: che nel dettato obliquo, nella contaminazione e nella genuina complicazione sta spesso il segreto di una più completa ed efficace fedeltà al reale, come propugnato – secondo me non (solo) opportunisticamente – dall’estetica modernista e dai suoi difensori.

Trevigliopoesia 2013

Tra fine maggio e inizio giugno, Treviglio diventera’ una piccola capitale della poesia, grazie al festival Trevigliopoesia a cui ho avuto modo di assistere nel 2009, spinto dalla partecipazione straordinaria di Milo De Angelis. Tornero’ a Treviglio per l’edizione di quest’anno, dato che Per ogni frazione sara’ presentata da Gianluca D’Andrea in questo contesto. Qui sotto copio-incollo l’intero programma del festival, con l’ovvia speranza di incontrarvi numerosi!

Anteprima del programma eventi

Venerdì 24 maggio

Sezione contamina
h. 21.00 | Chiostro della Biblioteca Centro civico – vicolo Bicetti 11
Cortile della poesia > Federico. Vita e mistero di Garcia Lorca
di e con Maria Pilar Pérez Aspa (produzione ATIR)

Sabato 25 maggio

Sezione parla
h. 18.00 | Zero Gallery Non Solo Arte – Via F.lli Galliari 6
presentazione: Tribunale della mente (ed. Interlinea) di Corrado Benigni con la partecipazione di Franco Buffoni

h. 21.00 | Chiostro della Biblioteca Centro civico – Vicolo Bicetti 11
Dialogo con Franco Buffoni - Poesie 1975-2012

Domenica 26 maggio

Sezione contamina
h. 17.00 | Cortile del palazzo comunale – Piazza Manara 1
Cortile della poesia > AQVA
Molecole di danza si aggregano e disgregano intorno a testi poetici e partiture musicali sul tema dell’acqua. Acqua multiforme, multicolore, multivitale. Acqua primigenia, sotterranea, in viaggio.
di e con Le Molecole

Sezione parla
h. 18.00 | Caffè & Ristorante al d. – via F.lli Galliari 6
presentazione: Hyle – selve di poesia (ed. La Vita Felice)
con partecipazione e letture di Tiziana Cera Rosco, Gianluca Chierici, Vincenzo Frungillo, Andrea Leone.

Martedì 28 maggio

Sezione immagina
ore 21.00 | cortile di via Sangalli 8 | Microcinema “da Germana”
La vita, a volte, è sopportabile – Ritratto ironico di Wisława Szymborska (documentario) – in collaborazione con Istituto Polacco di Roma; si ringrazia la TVN per la concessione dei diritti
+ proiezione finalisti concorso videoposia La parola immaginata – VI Ed.
Dalle ore 19.00 Aperitivo Poetico al wine-bar “I Dieci Mondi”, via Sangalli 14/b

Giovedì 30 maggio

Sezione immagina
ore 21.00 | cortile di via Sangalli 8 | Microcinema “da Germana”
Backlight – Searching for Paul Celan (documentario)
+ proiezione finalisti concorso videoposia La parola immaginata – VI Ed.
Dalle ore 19.00 Aperitivo Poetico al wine-bar “I Dieci Mondi”, via Sangalli 14/b

Sabato 1 giugno

Sezione contamina
h. 17.00 | Piazzetta Santagiuliana
Cortile della poesia > Giullari e Trovatori
Qui si narra la vicenda di “turpissimi istrioni” che durante il Medioevo vagavano per le strade, le piazze, le taverne e con la loro satira grassa, lo sberleffo dei potenti divertivano il popolo “con piacevolezza d’atti e di parole”: i giullari
di e con Carlo Mega, Francesco Motta, Giorgio Cerati

Sezione parla
h. 18.00 | Caffè Teando – via San Martino 6
presentazione: Per ogni frazione (ed. Campanotto)
di Davide Castiglione

Domenica 2 giugno

Sezione contamina
h.17.00 | Cortile Palazzo Silva, via F.lli Galliari 6
Cortile della poesia > Songs/Poetry: Bob Dylan, poeta?
Bob Dylan è più poeta che cantautore? Potete giudicare voi stessi grazie a queste letture musicali dei suoi ‘versi cantati’, prima nella traduzione italiana, poi in inglese
di Richard Dury, con Richard Dury, Riccardo Baudino, Alberto Zanini

Sezione parla
h. 18.00 | Caffè Wine Bar Gabusi – via Roma 13
presentazione: Per camminare rapidi sulle acque (ed. Ladolfi)
di Domenico Ingenito

Sezione parla + Sezione immagina
h. 21.00 | Chiostro della Biblioteca Centro civico – vicolo Bicetti 11
Patrizia Cavalli – Reading
premiazione vincitore del concorso La parola immaginata

Guerriglia Poetica

Il Festival verrà attraversato per tutta la sua durata da un’implacabile Guerriglia Poetica, sotto forma di incursioni teatrali, musicali, pittoriche, danzate, realizzate da Associazioni, Commercianti, Privati Cittadini. Le “pacifiche imboscate” coinvolgeranno chiunque si trovi a passare per la città di Treviglio

* Nelle serate previste presso il Centro Civico Comunale saranno disponibili per il pubblico tutti i servizi bibliotecari

 

 

Poem Shot (21): Cristina Annino

Quella di Cristina Annino è poesia che resterà. Vuoi vedere che la volontà dell’autrice di svincolarsi da quella che lei definisce l’idea-tempo (di cui si può leggere qui) non solo è segno di qualità poetica, ma anche, appunto, il segreto del suo restare? Stimata da grandi nomi del novecento (Fortini, Giudici, Pagliarani, Raboni…), la poesia di Annino è oggetto di un virtuoso passaparola su internet, possibile soprattutto grazie agli sforzi di Stefano Guglielmin e Francesco Marotta. Estranea da sempre alle correnti dominanti come alle mode più effimere del contro-corrente, obbedisce fino allo stremo a logiche sue, con quella libertà spregiudicata che può dettare il confine tra buona poesia e grande poesia. Se della buona poesia ci si compiace perché funziona o tiene, la grande poesia marchia, spezza il fiato, può creare un terremoto percettivo. Quando a questo si aggiunge una significanza collettiva benché sfuggente, allora è il capolavoro. Userei questa parola per Andante pesante con abbandono, tratta da Gemello Carnivoro (2002).

Ps: rimando anche a questa breve introduzione generale che scrissi qualche tempo fa, dove potete leggere una più ampia selezione di poesie.

Andante pesante con abbandono

(Per Daniela Marcheschi)

Il piatto
filippino preferito è la scimmia. La portano in
ginocchio, il viso sulla tovaglia poi
il cervello lo segano vivo. Ci facciamo
un’idea del mondo mangiando, del modo
di fare ordine della vita, radio, giornale, d’un
patito giallista. Io
mai m’abituo; ma l’auto
sul viadotto s’allontana simile al viso ben diviso
della barista, nel mattino: triste, ben
triste, in due. Come si va
semisoli insieme giù per la strada.

Danì
capisce il chiodo nel cervello; lo batte un solo
uomo, certo, e l’inferno detto la via. Lei ha
un diverso rapporto con la carne; ma stan
piegando la sua natura, così dentro il letto. La
stan mettendo sotto spirito: i piedi sul lato
del vetro e testa al contrario. Una foce. Leggi
fato. Anche il Nilo
si guarda da ragazzi e per primo ci prende in giro.
O quando
uno di noi s’alzò nel sonno dicendo “lo zio ama i negri!”.

Per legge
di gravità il tempo è passato. Siamo ormai
diventati, con moto
che allontana dal posto, e dei negri ci importa
poco. Ora c’è
un comportarsi da zie e tutto il resto. C’è non essere
più capaci del colmo. NOI
digeriamo QUEL piatto. Insomma ormai del sonno
ci appartiene l’insonnia.

Di lei. Che si strappa
di dosso l’io semifuso dal corto circuito d’uno
sbalzo di pressione nel sangue.
Sviene
indietro come l’acqua del Nilo va su. Colpito
in un lampo in viso il centro della memoria. Dati.
Mentre
dal toporagno arboricolo a noi, il tempo evolutivo
è settantacinque milioni d’anni. Dice la radio.

(Da Gemello Carnivoro, 2002)

Le quattro strofe libere, marcatamente polimetriche ma di simile lunghezza complessiva, dànno una traccia di ordine – meglio: di principio regolativo – a un dettato dalle fortissime spinte centrifughe. L’ordine (il filo argomentativo che percorre la poesia e che mostrerò) si mescola al disordine (il surrealismo delle immagini, l’idiosincrasia ritmica) come suo completamento necessario, in una dialettica che Fortini avrebbe approvato (si ricordi la prosa L’ordine e il disordine in Questo muro). C’è una grande tradizione dietro, l’impressione di essere di fronte a una poesia importante: una poesia in cui all’assertività proposizionale (= memorabilità) dei versi si aggiunge una lacerazione emotiva marcata dalle frequenti spezzature estreme, aguzze, a fine verso. Lo sperimentale e il lirico collidono, addirittura collimano.

In quanto segue proverò a dare una mia lettura: più che un’interpretazione (atto che sembra mirare alla impossibile e sbagliata riduzione del campo di forze di questa poesia a un enunciato unico), un percorso appassionatamente soggiogato al testo. A chiederlo è la stessa necessaria materialità, eccentricità della lingua poetica anniniana.

Il titolo è uno scrambling (manipolazione) di un tempo musicale, dove anziché da ‘vivace’ o ‘allegro’, ‘andante’ è seguito da ‘pesante’. La pesantezza si fa più acuta in ‘abbandono’, parola pesante sia ritmicamente (le sue quattro sillabe) sia semanticamente (la doppia accezione di ‘abbandono’: lasciarsi andare, o essere lasciati). Questa manipolazione segnala un gioco di parole umoristico e però serio, tanto più alla luce della drammaticità delle immagini presenti nella poesia. Un indizio successivo è la dedica alla nota studiosa Daniela Marcheschi, amica dell’autrice come segnalato dal diminutivo d’affetto nel primo verso della seconda strofa (‘Danì’). La poesia sembra quindi configurarsi come una lunga allocuzione dell’io poetico a un destinatario unico e specifico; questo permette una presenza più verosimile dei numerosi riferimenti privati, apparentemente chiusi all’esterno. Perché ‘il piatto filippino’? perché ‘la scimmia’?

È però chiaro che lo spunto apparentemente privato diventa occasione di discorso pubblico: da qui il riferimento a una terza plurale inquietante perché non specificata (‘La portano in / ginocchio’). Da qui, anche, l’ambiguità del ‘noi’ che può essere duale (l’io poetico e l’interlocutrice) o collettivo (‘noi’ come ‘tutti noi’) e la cui importanza è segnalata graficamente dallo stampatello in seguito, e forse per inclusione anagrammatica in ‘Nilo’. Anche il tema non dichiarato è pubblico: una sorta di matrice che condensa i temi della carne, della natura, del cibo e dell’evoluzione. È possibile che il famoso detto di Feuerbach, ‘l’uomo è ciò che mangia’ (cf. ‘ci facciamo / un’idea del mondo mangiando’), abbia avuto un suo ruolo generativo nella costituzione della poesia. Una matrice filo-marxista sembra sussistere in questi temi e legarli: il materialismo crudo delle immagini (‘il cervello lo segano vivo’), un riferimento a chi è subordinato (‘filippino’, ‘negri’), quello ripetuto agli organi di comunicazione (‘radio’, ‘giornale’) e l’enfasi, già notata, sul ‘noi’ e quella sul cambiamento, o piuttosto la sua negazione (il ‘tempo evolutivo’, ‘il tempo è passato’).

Qualcosa rimane, dunque, del clima sessantottino così esplicito nella raccolta Non me lo dire, non posso crederci (1969). Ma è poco, è quasi irriconoscibile: tutta la poesia si dedica a decostruire questa fiducia nelle grandi narrazioni, con precisa spietatezza, ma senza esaltazione, senza la fiducia nel pensiero debole del postmoderno. Questo Andante pesante con abbandono sembrerebbe il canovaccio di un grande affresco antropologico, dove l’orrore è tanto da rifiutare il realismo della rappresentazione diretta. È la posizione tardo-modernista, dove la crudeltà disadorna del dato di fatto (‘Dati.’, ‘dal toporagno arboricolo a noi / il tempo evolutivo / è settantacinque milioni d’anni’) tradisce un’amarezza in filigrana (‘Ora c’è / un comportarsi da zie e tutto il resto’), conserva una fortissima traccia etica.

Quello che denuncia la poesia è il ‘non essere / più capaci del colmo’, il digerire ‘QUEL piatto’: il piatto dell’orrore servito quotidianamente, ma anche – forse – la piattezza di prospettive, il nonsenso di quello che accade. Il cervello della scimmia (dunque esteriorizzato nella prima strofa) sembra diventare il proprio (‘Danì / capisce il chiodo nel cervello’: dove chiodo sta sia per ‘chiodo fisso’, cioè ‘idea fissa’, sia per declinazione della violenza del coltello alluso per via metonimica – ‘segano’ nella prima strofa). Poco importa, a questo punto, che nel gioco auto-generativo delle immagini, il ‘Nilo’ sia originato dalla parola ‘letto’ (= letto del fiume) e da ‘foce’, la quale a sua volta è suggerita dalla somiglianza tra la forma dell’estuario e quella del collo umano che si allarga in corrispondenza delle spalle.

Più conta forse che l’essere messi ‘sotto spirito’ (nella metà della seconda strofa) è un calembour atroce, e riassuntivo forse dell’intera poesia: significa che siamo stati congelati in provetta, non ci siamo evoluti (c’è un che di sarcastico nella sproporzione tra ‘toporagno arboricolo’ e un lasso di tempo di ‘settantacinque milioni di anni’); e anche significa che siamo stati soggiogati dallo spirito (‘sotto-spirito’), ovvero dalle sovrastrutture – non solo cattoliche e cristiane: il comunismo stesso pare essere messo sotto accusa, o forse il suo legame con la dialettica hegeliana – che sembrano averci illuso, frustrando la carne, la necessità biologica. Così, amaramente (non) si conclude lo ‘spirito dei tempi’ (è il caso di dirlo), che sembra tenere più che mai per la situazione attuale e che è meglio reso (rispettato) da un surrealismo lucido (!), impastato di ferocia e libertà, come quello di Annino, che da troppo espliciti richiami narrativi, da appiattimenti sulla mimesi e sul realismo, o da formulazioni inutilmente programmatiche.

Veronica Fallini: Oroscopi (Lietocolle 2012)

La pulizia descrittiva e il modesto understatement del titolo (Oroscopi) e del sottotitolo (E altre minute ossessioni) dell’ultima raccolta di Veronica Fallini possono di prima battuta trarre in inganno anche il lettore di poesia più navigato: un inganno in realtà dovuto a eccesso di sincerità da parte dell’autrice. Cerco di sciogliere l’apparente paradosso, di tramutarlo da frase di facile effetto a effettivo ma difficile punto d’ancoraggio critico: se infatti – come spesso accade nei titoli dei libri di poesia – ‘oroscopi’ è sostituzione metonimica per ‘poesie’, e ‘minute ossessioni’ una loro ulteriore caratterizzazione, allora verrà di leggere queste poesie come qualcosa di irrilevante: dopotutto, complice le nostre  associazioni automatizzate e perciò acritiche, per noi gli ‘oroscopi’ sono i prodotti di un’arte divinatoria fallace, ingannatrice e commercializzata; non miglior sorte sembrano avere le ‘minute ossessioni’ del sottotitolo, che richiamano alla pratica diaristica, all’annotazione privata e pertanto, ancora una volta e implicitamente, irrilevante. Il titolo ci dice dunque, alla lettera: “qui non troverai niente di vero, né di rilevante, passa oltre se vuoi”.

La lettura dell’intero libro inganna però almeno due volte questa attesa: da un lato, ciò che Fallini fa con la poesia è rilevante e le corrisponde un senso di verità estrema, che corteggia gli abissi della sparizione e della morte; dall’altro, queste poesie sono davvero arte divinatoria per la lucidità e l’ansia con cui interrogano il dopo, mentre ossessivamente tornano su pochi fulcri tematici che illustrerò in seguito. Infine, la loro misura sia versale sia testuale ne fa oggetti linguistici minuti, per l’appunto. Quindi, verità nell’inganno, e viceversa. Scopriremo inoltre che questa auto-riduzione della propria scrittura è feroce: feroce come certi commenti in apparenza marginali, calati con finta nonchalance, e che invece possono disgregare l’osservato e il narrato, implodendo sotto una superficie che ostenta freddezza e che invece è solo fin troppo lucida e sofferta.
Non ho potuto non servirmi io stesso di un linguaggio un po’ metaforico – che normalmente evito – per esprimere l’ambivalenza e il disagio trasmessomi da buona parte delle poesie diOroscopi: composte, tradizionali nei temi e nel linguaggio, apparentemente inoffensive e invece affilate da un sarcasmo tanto più efficace quanto più alluso; algide perché  sottoposte a una dura disciplina che però, in filigrana, lascia vedere il proprio meccanismo di autodifesa per la sopravvivenza. (continua la lettura qui)
Gia’ su www.criticaletteraria.org, 4 aprile 2012