Cristina Annino – “Anatomie in fuga”, Milano, 23 settembre, ore 18.00

Venerdi’ 23 settembre, alle ore 18.00 alla biblioteca Sormani di Milano, verrà presentata Anatomie in fuga (Donzelli, 2016), la più recente e significativa raccolta poetica di Cristina Annino, poeta unica nel panorama letterario italiano – per una volta questa espressione è da intendersi in senso letterale, non come vuota e trita dicitura promozionale. Interveranno altri protagonisti della poesia italiana, nonché acuti lettori di poesia, Maurizio Cucchi, Roberto Mussapi e Mary Barbara Tolusso. A breve, su In realtà, la poesia, uscirà un mio saggio panoramico sul libro; intanto, potete rileggervi la mia analisi di una delle poesie di Annino qui; e potete leggere una breve selezione dal libro su Nuovi Argomenti.

 

da Ottetto per madre

“Cristo santo! a chi può importare se uno ama la propria madre o no!”
Céline, Viaggio al termine della notte

1

Il Panda

Senza pace, con pena e senza girarmi
mai, pestando
non pepe o caffè ma gardenie, io amo
la mamma e i topi; li metto insieme chissà
perché. O ancora perché voler bene a quel
modo spezzato così in due, collo in giù,
polvere senza cerniere, bottone, qualcosa.
Sempre
senza girarmi. I perché chiarendo la vita
ai tram, alle piante. Lei, pura, mi dà
questa riserva di bambù. Nient’altro.
Poi via. Io su
che l’ho addosso oramai e non posso
schivarla, pestarla nemmeno, mettendo
con cura ogni piede tra l’erba.

 

Poesie al tavolino, a cura di Dario Bertini – cronaca di un quasi straniero

Non sono propriamente un frequentatore assiduo di eventi poetici. Ma nemmeno un neofita: nel corso dell’ultimo anno sarò comunque stato a una decina di essi, e un paio li ho anche organizzati in prima persona. Eventi la cui vasta gamma tipologica (reading, presentazioni, festival, slam, laboratori, discussioni intorno a un libro) può al limite dare un’idea del format; non della qualità delle letture né tantomeno dell’esperienza dalla parte del pubblico.

Ed è questa esperienza che oggi voglio raccontarvi, soffermandomi su un caso che, perlomeno dalla media levatura della mia esperienza, non sembra rassomigliare a nessun altro. Mi riferisco all’iniziativa di Poesie al tavolino, che Dario Bertini porta avanti nella sua adottiva Pavia da quasi cinque anni, senza nessun appoggio istituzionale ma con passione, grinta e competenza. Gli incontri sono a cadenza mensile, il luogo deputato è il pub Black Bull. La locandina, a sfondo nero e con un’appropriatissima citazione dal poeta americano Jack Hirschman (“niente è più bello di un tavolo pieno di poeti pazzi” – fra l’altro, proprio questo poeta Dario Bertini riuscì a portare a Pavia l’anno scorso), ospita al centro una foto che ritrae ogni mese un poeta diverso.

  La locandina di Poesie al tavolino, incontro del 25 giugno.  Franco Beltrametti in foto.

La cassa di risonanza di Poesie al tavolino non è il web – per scelta del curatore, su facebook non troverete nemmeno una pagina dedicata – ma piuttosto la tridimensionalità dell’incontro in carne e ossa, il passaparola che ne scaturisce. Nel mio caso, il passaparola è stato a filo direttissimo, essendo Dario Bertini un caro amico da molti anni – dal 2008, per la precisione. La mia prolungata permanenza all’estero dal settembre 2011 mi aveva tuttavia impedito di prendere parte a Poesie al tavolino fino allo scorso sabato 25 giugno 2016. I frequentatori di lungo corso potranno forse – e io me lo auguro – tracciare in futuro lo sviluppo diacronico dell’iniziativa, il suo affinarsi mese dopo mese pur senza mai tradire la propria dinamica e il proprio spirito. Qui, io metto insieme appena una piccola sequenza di fotogrammi.

Sono le sei, si inizierà fra una mezzora. C’è già qualcuno, gli aficionados – si chiacchiera di Brexit e di esami di maturità fra i tavoli fuori, nel torrido sabato pavese, davanti a un boccale di birra. Microfono e casse sono già nella saletta sul retro. Le sei e venti, il pubblico scarseggia. Poi però comincia ad affluire a piccoli gruppi. In men che non si dica la saletta è pressoché piena e il filo di preoccupazione sul viso di Dario si scioglie (eppure “mancano molte persone rispetto alle altre volte”, mi assicura). Prendo posto su una sedia apolide, ma vicina a molti tavoli (e alla porta del bagno) – magari mi sarà più facile interagire con gli altri. Dario, non troppo in forma fino a un attimo prima, d’improvviso si anima, si trasforma. Decide di leggere dall’Antologica mondadoriana di Nanni Balestrini – non esattamente un autore facile. L’accompagnamento è dell’amico e ottimo musicista Andrea Cocci. Si susseguono la poesia che apre Il sasso appeso, raccolta del ’61, e poi brani da Le avventure della signorina Richmond. Dario non legge: interpreta, va sopra le righe, entra nei testi e li fa propri, ma poi ne restituisce intatta la forza eversiva e irriverente che Balestrini aveva certamente inteso per essi.

È performance. All’inizio l’esuberanza debordante dell’esecuzione mi aveva lasciato un po’ freddo o spaesato – non sono avvezzo a questo tipo di lettura, e l’apparentemente simile esibizionismo di certi performatori agli Open Mic inglesi me l’aveva resa invisa. Ma dopo alcuni minuti mi sono ritrovato convintamente a battere il ritmo con le mani insieme agli altri, ridendo a certi passaggi volutamente e sinistramente comici (m’ha tolto il cane di bocca / mette troppo cane al fuoco / mettiamoci un cane sopra / mettiti il cane in pace). Penso di aver capito un po’ di più Balestrini, che avevo letto in silenzio l’anno prima senza apprezzarne molte cose, troppo distanti dal mio gusto lombardo e neoclassico (Montale, Sereni, Fortini, Raboni, Giudici…). La lettura da Balestrini dura almeno trenta minuti, incredibilmente volati. Poi è la volta del cantautorato per voce e chitarra, con alcune toccanti canzoni del gruppo pavese Nylon, nonché una canzone arguta e ribelle della giovanissima Federica Defendenti, anche promettente poetessa.

Seguono letture più tradizionali, per sola voce, tra cui vale la pena menzionare almeno le suggestive poesie in dialetto di Davide Romagnoli e quelle sagge e composte di Luigi Cannillo, apprezzato autore milanese venuto a Pavia apposta per l’evento. Su un versante più ironico e scanzonato, sul solco di Guido Catalano ma con reminescenze del teatro-canzone di Gaber, si colloca Mattia Cafieri, e non mancano accenti più lirici e letterari con Bertrando Goio, anche ottimo armonicista. Adesso tocca a me: leggo un energico monologo poetico dell’amico Roberto Minardi, poeta italiano residente a Londra da quindici anni, e una mia vecchia poesia dialogica, per dare qualche chances in più alla performatività. Infine, Luca Tagliabue e Paolo Oropallo, che leggono propri inediti e alcune poesie da Spatola e Ripellino, rispettivamente. Dario ci chiama a turno, introduce, è invidiabile come la freschezza dell’improvvisazione non sottragga nulla all’impressione di una organizzazione ferrea (si è stati nei tempi senza il bisogno di una scaletta, con una buona alternanza di stili e voci). L’armonica strepitosa di Bertrando suggella infine un evento praticamente ineccepibile.

Vorrei fare, a questo punto, una piccola riflessione a margine. Il livello poetico medio è stato notevole, e del resto la consapevolezza letteraria del pubblico si può evincere dai nomi fatti (Balestrini, Spatola, Ripellino, e  molti altri negli appuntamenti precedenti). Sono stato a eventi di Poetry & Spoken Word in Inghilterra dove la sciatteria contenutistica e formale era pressoché assoluta, la mancanza di consapevolezza letteraria evidente e forse ingenuamente vista come punto a proprio favore (che ribelli tutte viscere si sarebbe, altrimenti). Poesie al tavolino, insomma, riesce nella difficile impresa di far convivere la letteratura “alta” (declinata, secondo le predilezioni di Dario, verso un anti-canone di autori spesso lasciati in penombra quando non marginalizzati dall’accademia) con una freschezza “dal basso”, del tutto assente dalle presentazioni e dagli incontri di poesia tradizionali. Più che semplice spettacolo, insomma, e anche più che vera condivisione: con una cinquantina di poeti italiani e stranieri che Dario ha fatto finora conoscere al pubblico, Poesie al tavolino fa divulgazione poetica lasciando parlare i testi, il loro attecchire in ascoltatori attenti. Fino a questo formarsi, negli anni, di un seguito, di una piccola comunità (“non un gruppo… forse un movimento, ecco” – ancora Dario).

Sono le otto e mezza, dall’altra parte del pub iniziano i preparativi per Euro 2016, il pubblico cambia. La poesia ha però già vinto la propria partita.

 

Laboratorio in differita – Julian Zhara (nota n. 18)

Dopo un agosto di apparente inattività, riprendo a pubblicare sul blog. In realtà, non è vero che non sono stato attivo – solo che i pezzi critici scritti negli ultimi mesi (su Carlo BellinviaRoberto Batisti, Damiano Sinfonico, Pietro Russo, Cristina Annino, Alessandro Mistrorigo) vedranno a breve la luce su altri siti, dopo vari sventurati rallentamenti. Intanto, come già fatto con le note su Andrea Italiano e Stefano della Tommasina, su gentile concessione di Julian Zhara, riporto qui sotto una nota sulla sua poesia “Cuccia”, che riporto subito prima insieme alla sua resa performativa. La differenza di questa nota rispetto alle altre è che, su suggerimento di Julian, ho provato a dare peso anche all’aspetto performativo per come si evince dal file audio, cercando poi di legarlo al testo sulla pagina scritta. La nota risale a febbraio, e su Carteggi letterari c’è una lettura parallela a cura di Giulio Maffii, nonché il file audio che per problemi tecnici non riesco a caricare qui. Buon ascolto, e buona lettura!

 

Cuccia

Bada che vengono i morti, rinnovano:
– mode (da morti più che da vivi)
– l’invito a pestare le orme di sogni
già masticati da bocche più grandi di te.

Questo il castigo che in fondo al barile
si raschia in fondo all’a che pro,
poco importa se credi o meno davvero agli altari;
poco importa se il clima rimane
la prima ragione a offrirti ai piedi degli –ismi
una cuccia sicura non è
semplice,
semplice resa all’orrore
e rimanere da solo e scavare
nel colon dell’essere vile, umano,
all’ombra dell’agio borghese,
rifugio che stringe la mano all’alibi antecedente (n.d.r. antiborghese),
col muso altèro dell’altra facciata del conio

il ciano
——–opposto
—————–al rosso
al nome
—————–il cognome,

battaglia dopo battaglia,
incatenarsi all’aberrazione nei geni scartati
con dolce miseria che ingrana in altari uguali/opposti.

Lo schema perfetto perfetto combacia coi
totem del popolo bue a cui appartieni,
pari coi bipedi – ronzano attorno,
penetri strade per rimanere
da solo con loro disposti in scaffali

come peli verticali
sulla pelle del mondo

e risultare lo scarto dell’equazione
risolta da anonimi
X arrivisti.

Mettiti in posa poi traina diritto,
sì tutto bene voialtri dispersi nel vento?
Contento che il peggio non vede la fine
e tu di quel peggio sei l’ombra affogata nel vetro del flut.

Placa l’oggetto tra corpo e corpo
mastica forte, lo senti il suono che fa la frizione
infelice la vedi estinta quando quei corpi
plasmati in oggetti manichinati
si friggono al sole di altre rivolte?

Appeso all’appendi-struzzi,
ritrovi il volto imposto al di fuori
foruncolo nel culo della classe sociale
a cui appartieni, che sai bene esistere
a discapito della sfilza di eccezioni
ed è più grande della rabbia
che coltivi nella milza.

(Julian Zhara)

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Julian,

ho ascoltato e letto-ascoltato (da tua indicazione) la poesia Cuccia. E poi l’ho solo letta. Faccio qualche considerazione sparsa, per quello che mi consentono la mia preparazione (molto carente sul versante performativo, ammetto) e sensibilità o gusto di semplice lettore.

Sono rimasto positivamente colpito dalla performance: usi una voce volutamente monocorde, in un andamento da recitativo che io leggo tra rassegnazione (appena appena accennata) e cinismo; rendi bene nella dizione la dominante dattilica della poesia (mi sembra che la intervalli ogni due versi con un ritmo giambico – i vv. che iniziano con ‘l’invito’, ‘si raschia’, ‘la prima ragione…’) ma al tempo stesso abolisci le pause degli incisi (vedi secondo verso, dove il trattino è come se non esistesse nella performance). Credo riesca a evitare piacionerie da palcoscenico senza risultare volutamente dissonante, e in effetti io la ascolto quasi come una canzone. Mi piace anche che, quando la poesia si sfibra in versicoli, tu leghi “opposto” e “al” in sinalefe, come un continuo che risulta prominente date le pause spigolose e brevi, come quelle sottolineate da parole ossitone, perfino da singole lettere grazie all’espediente degli acronimi.

Sul versante più scritto/contenutistico ho invece sentimenti contrastanti. Vedo la raffinatezza della scrittura, per esempio il dislocamento di lessemi che andrebbero insieme a causa di abitudini collocazionali (per dirla semplice: c’è l’espressione “offrirti ai piedi degli altari”, ma tu muovi “altari” a due versi prima, e modifichi il template dell’espressione idiomatica con “offrirti ai piedi degli –ismi”); né mi sfugge la bellezza di una frase come “dolce miseria che ingrana” (passo inaspettatamente lirico), o la potenza confessionale della chiusa, che approvo senza riserve.

D’altro canto avverto però un problema etico, lo stesso che ho con alcuni poeti sperimentali che mi è capitato di commentare (in due parole: quando la procedura sottomette lo sguardo). Il fatto è che la ricercatezza fonica, il rapporto sensuale con la lingua o forse una precisa scelta di poetica ti portano spesso ad astrazioni o genericità, mancanza di focus semantico – che per me, che difendo un neo-modernismo empirico, è una specie di tradimento etico. Mi spiego: i morti non sono mai qualificati, restano un plurale che rischia di includere tutti (eccetto l’io poetico che invita il lettore all’attenzione? E più avanti, con maggiore rabbia, “bipedi”, una parola che per me esclude pietà in chi la pronuncia); stesso discorso per “i sogni” e le “bocche” plurali e decontestualizzate; l’uso di “barile” come prestito dal modo di dire “raschiare il barile”, e che quindi annulla la datità del referente tridimensionale; l’uso del termine “borghese” rischia di suonare demodé, di essere troppo facilmente incasellabile nell’ambito di una generica rabbia anti-establishment, rafforzata da “popolo bue” che suona giudicante al limite dell’arroganza (a meno di prevedere un io poetico che mima un politico che disprezza il popolo, ma allora si rischia un effetto postmoderno di mise en abime che rischia poi di introvertirsi); altre astrazioni vengono dall’abbondante uso di termini generico-astratti (orrore, clima, ragione, agio, alibi…) e di metafore azzardate: in “colon dell’essere vile”, per esempio, i domini semantici sono troppo lontani (forse il colon è molle e trema come la viltà?), con conseguente rischio di nonsense o gratuità, di quando la fascinazione fonica e materica della lingua scavalca la sua funzione cognitivo-esperienziale, 

Ecco, il commento è diventato nota, tu diventerai mio nemico o mio amico dopo queste mie impressioni. Mi farebbe piacere sapere cosa ne pensi, dove e se condividi e dove invece siamo inconciliabili.

(21 febbraio 2016)

Towards a stylistic typology of thwarted representation in difficult poetry (conference paper)

[Dopodomani, 27 luglio, inizia la conferenza PALA In/Authentic Styles: Language, Discourse and Contexts, a Cagliari. Riporto qui sotto l'abstract della mia presentazione, che vertirà sul rapporto tra l'astrattismo in arte e l'istanza anti-mimetica della poesia cosiddetta "difficile". Nello specifico, cerco di identificare alcune delle marche stilistiche di tale reticenza alla rappresentazione].

[The day after tomorrow, 27 July, the PALA conference In/Authentic Styles: Language, Discourse and Contexts will begin in Calgary. Find here below the abstract of my presentation, which will be about the interrelation between abstract art and the anti-mimetic or anti-representational quality of much so-called difficult poetry. In particular, I work out some of the stylistic indices of this anti-representational stance]

Towards a stylistic typology of thwarted representation in difficult poetry

It is a critical commonplace that difficult poetry thwarts representation. Consider the following chapter titles, both on experimental American poetry: ‘Against Transparency’ (Perloff 1991) and ‘Limits of Reference and Abstraction in American Poetry’ (Lopez 2006). Additionally, Leech likens the difficult poet to a cubist painter (1969: 219). Therefore, it is no surprise that Yaron equates the difficult poem to the ‘defective representation’ readers build out of it (Yaron 2008: 146).

Although critics have identified some of the philosophical roots of this important (yet by no means exclusive: see Castiglione 2015) dimension of difficulty, the stylistic indices of challenged representation are often overlooked or dealt with inadequately. Noteworthy exceptions include Adamson’s discussion of opaque deixis in John Ashbery and Eliot (1999: 673-4) and McHale’s discussion of ‘shifts of frame of reference’ in Ashbery (2000: 563). Yet, a more encompassing exploration of the phenomenon is currently neglected.

I begin such exploration by focussing on the linguistic dimensions of deixis, reference misattribution and shifts across figures, the ideational correlate of the clause (Halliday and Matthiessen 1999). My case studies are remarkably varied: from the disruption of figures through a violation of selection preferences (e.g. Stevens’s vaultiest phrase) to missing endophoric antecedents (e.g. Stevens’s the other way and Charles Bernstein’s the other, with no mention of what these pronouns are alternative to); from the wide attributive range of ‘you’ in Geoffrey Hill to Clark Coolidge’s underspecified ‘you’; from Pound’s problematic speaker identification to the vagueness of Olson’s indefinite wh- pronouns without antecedents.

 

Keywords: difficult poetry, representation, abstraction, deixis, reference, ideational metafunction

 

Key references

Adamson, S. (1999) ‘The Literary Language’, in S. Romaine (ed.), The Cambridge History of the English Language, 4, 1776-the present day, pp. 589–692. Cambridge: Cambridge University Press.

Castiglione, D. (2015) Difficulty in Anglo-American Poetry: A Linguistic and Empirical Perspective (unpublished PhD thesis).

Halliday, M. A. K. and Matthiessen, C. M. I. M. (1999) Construing Experience through Meaning. A Language-Based Approach to Cognition. London; New York: Continuum.

McHale, B. (2000) ‘How (not) to Read Postmodernist Long Poems: the Case of Ashbery’s “The Skaters.”’, Poetics Today, 21(3), 561–590.

Yaron, I. (2008) ‘What is a “Difficult” Poem? Towards a Definition’, Journal of Literary Semantics, 37(2), 129–150.

Laboratorio in differita – nota 17 (Andrea Italiano)

Dal mio volume Laboratorio in differita vol. 1 erano escluse alcune note, o perché scritte dopo o perché non entravano nell’architettura dell’ebook. Le propongo qui, previo consenso degli autori interessati. Dopo Stefano Della Tommasina è la volta di Andrea Italiano e del suo nuovo Solo l’Uomo  (Ladolfi 2016). Di Andrea Italiano avevo già recensito il precedente Guerra alla tonnara. Insieme alla nota, propongo alcune poesie tratte dal libro, ringraziando Andrea per il permesso. Buona lettura].

Caro Andrea,

come ti accennavo, stamattina ho letto il tuo Solo l’uomo, e ora mi appresto ad alcune considerazioni. Anzitutto il titolo è ambivalente, potendo ‘solo’ essere interpretato sia come aggettivo (e quindi, l’uomo è solo), o come avverbio (e quindi, soltanto l’uomo). Nel primo caso l’accento si pone sul tema della solitudine, dell’isolamento, che è piuttosto forte nella raccolta e che continua la vena pessimistica che avevo già rintracciato in Guerra alla tonnara e sulla quale tornerò dopo. Nel secondo caso risalta maggiormente il focus tematico, l’uomo appunto, quasi che non appaia opportuno o nemmeno possibile parlare d’altro. L’esergo sembra rafforzare questo interesse, oserei dire, antropologico.

La solitudine emerge non soltanto e non tanto come tema, ma piuttosto come evidenza stilistica. Mi spiego meglio: la maggior parte delle poesie è narrata (o più spesso, monologata) in prima persona, dove l’io poetico è dichiaratamente autobiografico (domani è il mio compleanno / compio trentacinque anni, p. 15). Tuttavia, assai di rado i testi mostrano questo io in relazione con altri soggetti. Nella prima poesia – en passant, uno dei vertici del libro – gli altri sono indistintamente quelli che avevano trentacinque anni nel 1980, e sono presenti solo come proiezione d’invidia (e poi, d’accusa) dell’io poetico. La bella poesia Fiorin lavora con me (p. 18) fa parzialmente eccezione, ma anche qui la presenza dell’altro diventa motivo di scontro e non di dialogo: la sua positività non si pone come modello per l’io, ma suscita quasi un moto di vendetta travestita da profezia sociologica che non lascia scampo (Florin non lo sa / che i suoi nipoti parleranno come me). Ecco, secondo me qui il limite è proprio quello di inscenare la frustrazione dell’io al punto di riassorbire in sé la presenza dell’altro, mettendo in atto quelle opposizioni nette e semplificanti che già avevo criticato in Guerra alla tonnara.

Questa tendenza al dualismo è evidente, per esempio, nella poesia a p. 21 (Abbiamo tutti un coltello nella pancia) dove la beatitudine dei pesci viene contrapposta a quella dell’uomo. Non diversamente accade nella poesia a p. 35 (Ho scoperto che), costruita sulle opposte coordinate angeli-leggerezza e uomini-pesantezza. Certo, siccome una delle dominanti del libro è l’invettiva, la costruzione dell’opposizione è parte del gioco, strategia retorica; tuttavia credo che la poesia dovrebbe avere una funzione critica nel senso del discernimento, qui oscurato dall’adozione del modus dell’invettiva che porta a fare “di tutta l’erba un fascio”, a proiettare il proprio malessere su tutti senza prima sincerarsi che sia questo il caso, quando non negandolo o augurando il contrario (vedi Fiorin). Insomma, non bisogna sottovalutare il rischio che la lamentela o il j’accuse qualunquista non sia solo mimesi dell’italiano medio ma invada anche la sostanza etica dell’io poetico.

Non basta, a far scudo contro la solitudine e il trincerarsi frustrato-rabbioso dell’io, il noi collettivo di cui parla anche Giulio Greco e che appare la prima volta solo a p. 27: questo fa in effetti parte di una postura civile e raccoglie, nel suo ampio raggio denotativo, pressoché tutti gli individui occidentali e all’incirca nostri coetanei. La vena epica di Guerra alla tonnara è però svuotata: quel libro indagava un passato concreto, la collettività era indentificabile perché aveva confini storici e geografici (e affettivi) ben delimitabli. Solo l’uomo invece è tutto schiacciato sul presente (i cenni al futuro sono intrisi di pessimismo), chi scrive non è più testimone di un dramma storico che può essere raccontato ma come uno schermidore accecato lancia strali a vuoto contro il nemico invisibile del consumismo, del comfort, della rarefazione e dell’omologazione che impregnano la società odierna (molto a proposito Greco cita la società liquida teorizzata da Zygmut Bauman). Questa ambizione civile riporta però al rischio della semplificazione, dell’unidirezionalità e del prevaricare dell’io sugli altri che ho messo in luce nei paragrafi precedenti.

Non posso concludere questa nota senza menzionare quello che, per me (ma anche per Giulio Greco, che infatti lo cita), è uno dei numi tutelati di questo libro: il mio amato Vittorio Sereni. Le numerose serie asindetiche (per es. lui non crede al fratello alla lotta all’amico; e questo ‘lui’ assomiglia, pare, all’io poetico…) sono senz’altro una spia sereniana, benché ti metta in guardia dal rischio del processo di stilizzazione, ossia il tramutarsi di una scelta stilistica in stilema per sovraesposizione. Sereni agisce ancor di più a livello di poetica, e infatti agisce in te soprattutto l’autore massimamente cupo e disperante di Stella Variabile, portavoce di un un pessimismo irrimediabile. In una famosa poesia (Quei bambini che giocano), Sereni dice che i bambini non ci perdoneranno l’emorragia dei giorni, i nostri peccati contro l’amore. Allo stesso modo, qui ci sono conflittualità generazionali consapevolmente assunte e reiterate (anche nella struttura concettuale “una volta X, ora invece Y”, dove X è invariabilmente perduto e agognato): la tangenza non potrebbe essere illustrata più chiaramente che nella poesia conclusiva di p. 36, dove auguri ai padri di uccidersi e poi scrivi oh beata generazione quella dei nostri figli / si riprenderanno il loro posto nell’universo (tra parentesi, verso la fine della poesia l’io poetico si fa a mio avviso troppo intrusivo, volendo spiegare e precisare in maniera quasi didascalica). L’autodistruzione che Sereni augurava a sé stesso tramite un misterioso killer (da solo / non ce la faccio a far giustizia di me, in Paura prima) tu la affidi a Dio, in una sorta di preghiera rovesciata (p. 31) e subito dopo, come in un dittico, alla pugilessa Laura. Si chiede più violenza, la si chiede a chi (Dio, la donna) ne sembrerebbe più immune; si nutre forse l’illusione che la violenza che ha portato a questa assuefazione venga scossa e distrutta da una violenza uguale e contraria, piuttosto che da un paziente lavoro di ricucitura e relazione (che è la speranza o meglio la convinzione che nutro io). Questo porta, lo dicevo già prima, a un rischio di monovisione o unilateralità, assente in Sereni perché in lui sfaccettato in dubbio e dialettica. La brutalità (nel senso di impatto, immediatezza) del contenuto è assunta infine anche nello stile, che gira alla larga da ogni preziosismo e sceglie un italiano medio. Anche il verso evita ogni sinuosità nostrana, si affida poco o nulla all’ipotassi e all’enjambement: prevalgono versi-proposizione sincopati, ad alta leggibilità, accumulati in lunge sequenze paratattiche senza interpunzione (qui il magistero sembra quello del tuo famoso conterraneo Bartolo Cattafi), fino a occupare spesso una poesia per intero: come una cosa che va detta ora e subito, con dolore e urgenza.

 

Davide Castiglione, 2 aprile 2016

 

Piove da un’ora (pp. 15-16)
mi sono messo alla finestra
piove in diagonale
il vento spinge la pioggia cosi
è notte è finita l’estate
venti settembre
stagione chiusa nel classico dei modi d’autunno
domani è il mio compleanno
compio trentacinque anni
sono nel mezzo della vita
metà ormai dietro le spalle
metà forse non ci sarà
non sono sposato non ho figli
cerco sotto la pioggia l’enigma
ma non c’è più enigma
il mistero anche duro che altri stringeva alla ricerca
altri si chiedevano chi è
che muove le mani blocca le labbra della ragazza
si chiedevano come perché dove
la biologia la matematica della terra
noi ci chiediamo quando arriva l’ora di uscire
l’unico enigma è il codice di una carta magnetica
che resta spesso imbrigliato in qualche angolo della mente
tutto il resto è chiaro ormai
la luce al neon al led al plasma sopra la testa
funziona benissimo
può restare accesa h24 consuma quasi nulla
è finita la corsa alla luce
la luce c’è sempre e ci basta
contiamo i soldi nella tasca
quelli che dobbiamo dare
quelli che non ci daranno
quelli che servono per un 50 pollici
contiamo questo perché questo conta
facciamo vita di consumo e consumiamo vite così
alimentiamo la macchina con la vita
e più la vita stringe più la macchina cresce
invidio quelli che avevano trentacinqueanni nel 1980
di fronte avevano una foresta strana
volevano crescere essere felici
fare le rate fare i figli fare la rivoluzione
anche sbagliando loro cercavano
noi di fronte abbiamo fabbriche che chiuderanno
e dopo chiuderanno la cassaintegrazione
unico comandamento di domani sarà cercare nuovi lavori
e non perderli
(come mio nonno, prima e dopo la guerra)
o forse non li invidio, forse li accuso.

Le parole ormai (p. 29)
nessuna traccia incidono più
ma come arance
che cadono sulla terra e marciscono
sono
poltiglia e mosche
non più carne e succo
una cosa con il nome di un’altra
una parola al posto dell’altra
questo spreco lo rimpiangeremo.

Ora entrate voi (pp. 33-34)
a luce spenta
fate il vostro lavoro
ora
cominciando dal centro
dallo stomaco delle cose
dove c’è sempre più materia
è lì che si annida il grosso
poi salite alla raffinata testa
la gabbia d’oro
svuotatela dell’inutile
o scendete
sesso gambe piedi
non sottovalutiamoli
fanno male anch’essi
il vostro lavoro è fondamentale
vituperata importantissima orribile necessaria
funzione di natura
dovete riuscirci vermi cari adorati vermi
dal centro alle periferie con la massima cura
mettete a dieta mangiate grassi
fate perdere peso
fino all’osso, fate di un corpo un osso
solo i leggeri volano via.

Nicola Thomas – unpublished poems and my Italian translations

[I reproduce here a couple of poems of a fellow English colleague, Nicola Thomas. She is based in London and Nottingham and she is currently working on a PhD examining representations of space and place in British and German poetry between 1960 and 1975. Nicola's poetic writing is very musical, formalist and fluid or free at the same time. It is both ethereal, with conceptual or 'airy' imagery, and earthy, with a fascination for the concrete, even raw materials that are around us and which she observes with the attention of a naturalist scientist. Alongside the English originals you will find my Italian translations plus short critical comments. I wish to thank Nicola for agreeing to reproduce her poems - still unpublished - on my blog. Enjoy!]

Stills and Lasts

Fine-wrought, thin-hammered copper,
pock-marked wood, worn smooth.
Strange dead things, ghost shapes.
The still: an empty bell, from which
a full bright sound would ring
if you disturbed its blackened hull. The last:
a small soft animal in rough hands.

 

Alambicchi e forme

Rame ben battuto, martellato sottile,
butterato legno, levigato logoro.
Strane cose morte, forme fantasma.
L’alambicco: campana cava da cui
squillerebbe un suono pieno acceso
se ne turbassi l’annerito scafo. La forma:
morbido animaletto in mani ruvide.

Comment. This one I really like, I think it brings together your concern for/fascination with materiality and a subjective stance in the gaze that selects and describes them in extremely precise way. Needless to say, the rhythm is very accurate, with trochaic opening mimicking the solidness and heaviness of copper and wood; the alliterative patterning is also very intricate, as if you actually made the poem rather than writing it.

Origami

The organs are a jumble
of origami, folded in colours

drawn from the violent end
of the earthtone spectrum.

Outside, the wind’s blown back
to meet its own resistance.

Sprung like a trap, the paper bellows
of the lungs expands. Pain

fills the crispness of each fold, the skin
held to the light like tracing paper.

 

Origami

Gli organi sono un miscuglio
di origami, piegati in colori

che vengono dal polo violento
del tono di terra arsa bruciata.

Fuori, ha soffiato indietro il vento
per saggiare la sua stessa resistenza.

Di scatto come trappole, s’espande
il mantice di carta dei polmoni. Il male

satura il friabile di ogni piega, la pelle
tenuta alla luce come carta da lucido.

Comment. That reminds me of early Prynne… would you agree? I really like it. There is an external take and a philosophical but elusive discursive stance. The poem originates from the analogy between lungs and paper, and perhaps (more remotely) between breathing and writing, which is a trope that I have encountered in a few poems. I think that the image of the wind that blows back to meet its own resistance is genial, seriously.
Gently

Death - the low flame of Caledonian sun,
an old wick burning slantwise
		in the soft flat parts of the hills,
			sandless, paved beaches - 

comes gently,
breaks silken
in brain or lungs,
		liver,
		stomach-pit,
		or that old romantic,
			tender ribcage-bubble,
				      the heart:

restless witness to
	resplendent infinity
		pure from flesh.

Con dolcezza

Morte – la fiamma bassa del sole di Caledonia,
un vecchio stoppino che brucia di traverso
		nelle parti piane e molli delle colline,
			spiagge senza sabbia, lastricate – 

arriva delicata,
lacera serica
cervello o polmoni,
		fegato,
		bocca dello stomaco,
		o quella vecchia romantica
			tenera calotta nella cassa toracica,
						     il cuore:

testimone irrequieta di una
	infinità che risplende
		pura dalla carne.

Comment. This is very sensuous, especially in the first stanza… it escapes me why an invocation to death, or better, I try to think of a fitting poetic persona that may invoke death in such a gentle and poetic way; perhaps the meaning is that of catharsis, liberation? I am not convinced by the last stanza, maybe because of the ‘heavy’ adjectives, maybe because of that ‘pure from flesh’ that sounds a bit too religious for my taste.

 

Laboratorio in differita – nota 16 (Stefano Della Tommasina)

[Dal mio volume Laboratorio in differita vol. 1 erano escluse alcune note, o perché scritte dopo o perché non entravano nell'architettura dell'ebook. Le propongo qui, previo consenso degli autori interessati. Comincio da Stefano Della Tommasina e dal suo ambizioso poemetto "Troposfere". Il numero è il 16 perché idealmente segue le quindici note critiche dell'ebook. Buona lettura].

Troposfere

TROPOSFERE

I

Se sgretolandomi nel corpo a corpo
rumino le ortodossie del genio costituito

dal mare forza nove svettano tonni,
gli ottovolanti per bambini verdi giacciono.

Orca rivelati, fa di questo caldo vino
fuso alle profondità del ventre cittadino

una colazione a tre coi cardini volanti
una campagna appesa al mare neghittoso.

Imbuti. Nella falcidie dei colori il ghiaccio
irride i mezzobusti: irrituali alterchi per l'umano.

Anche l'agrimensore canta; la sua donna
prematura è la madrina del paese in festa.

II

Se sgretolandomi nel corpo a corpo
rumino l'intenzione di una lettura attenta

le dita frugano la siepe dove nidificano
i rifiuti della Storia, arie in condominio.

Da punti speculari le altalene sembrano
vicine, tracciati a basso costo per la scienza

fissità atomiche ridotte a paradiso
di onde radio. Espansioni algebriche.

Fiume bollente. Sotto la clessidra
e più solenne un vibratore in polvere.

Il proletario vota tutte le direzioni. La sua metà
presta il suffragio ai doppigiochi della desistenza.

III

Profondità dell'era cittadina, una colazione a tre
a basso costo per la scienza, fissità astronomiche

sul piatto (nebulosa Trifida, Via Lattea, Dei sottomarini).
Le sfere della musica passano solenni il testimone.

Vibrano le curve alle cornette dei satelliti
si cerca nei calzari un segno anche sgradito di passaggio

poi si rinnova il gusto del pulito, una lavanda cerebrale
con le statuine in ordine, libri, didascalie

di cicli superiori, Amleto nelle Malebolge e Stevens
relegato al verso sempre nuovo. Bello. Incorruttibile.

Il letterato beve direttamente dalla fonte.
Alla sua musa lascia il retrogusto delle azioni.

IV

Le dita frugano la siepe dove sbocciano le luci dell'ottavo
cielo: Fukushima è l'incanto prossimo al presente.

Il sole che si leva batte nello stetoscopio.
La Terra col suo fiato corto è un camposanto

terminale. Vibrano le curve alle cornette
dei satelliti: gli Dei sembrano ansiosi solo

degli errori umani, arbitri di dubbio gusto.
Da un emisfero all'altro il fischio di una grande boa:

Mosè sul monte tiene il fuoco a bada.
Laghi ghiacciati, dissidenti, dighe di spossate fedi.

Il magrebino schiaccia la testa all'aspide.
La sua sposa avanza fiera d'equilibrio e di bellezza.

V

Un segno anche sgradito di passaggio da un emisfero
all'altro: il vuoto della poesia nell'imminente glaciazione.

Nessuno nomina il vicino prima della piena
poi come un cedro nel dio bruno l'arte si confonde

scende rumorosa a valle, nella foce stretta
opta per la prosa piana, uno staccato in tempi

dispari, coi benestanti che ricevono regali esponenziali
a corte. Si levano le aguglie provinciali in volo per il cibo:

la filosofia, se esiste, è limine al silenzio,
sonno implume, sazio al becco d'oro di Beatrice.

Dante rompe il velo dell'allegoria, le nozze col maligno.
Maria supera il gelo della troposfera in assoluta cecità. 

VI

Dispari, con arbitri di dubbio gusto. In pixel a circuito chiuso
Margie troneggia insieme a George - Tony rimargina.

Tra i dattili preistorici e gli arconti un solitario alieno
chiede al culmine del sole la provenienza del Fattore:

Kafka riposa in pace, la valigetta coi finali serba
il peso, lo specifico di una letteratura viva, senza padri. 

Pari, tra evasori e macchine statali in gelatina
la paglia nella vagina del Consiglio sa di cherosene.

Diomede viola stati, deboli costituzioni. Sdegna
la sinistra prona tra i pilastri scoordinati della terra.

Il comunista tiene Berlinguer nel portafoglio. La sua compagna
in streaming canta Bella Ciao, Contessa, Californi-c-a-tion Dreaming.

Caro Stefano,

come promesso, eccomi a scriverti alcune impressioni abbastanza articolate sulla tua Troposfere.

La tua maestria tecnica e compositiva raggiunge qui un culmine che denota una padronanza pressoché assoluta della forma. Riusi abilmente sintagmi ripresi da movimenti precedenti, contro la illusoria progressione dei numeri a staccare i movimenti (a proposito, sei movimenti per sei distici ciascuno:c’è una simbologia che ignoro legata a questo numero?).E dunque, chiaramente, non ho suggerimenti o consigli in termini di stile – benché lo trovi, per il mio gusto, spesso troppo marcato letterariamente (per es. “mare neghittoso”, le anteposizioni di aggettivo “spossate fedi”, “imminente glaciazione” e così via) e talvolta un po’ forzato nella ricercatezza (per es. “rumino le ortodossie del genio costituito”). Piuttosto, mi sono cari soprattutto i distici finali di ogni movimento, in quanto centrati su figure umane (benché rese volutamente disincarnate, trasformate spesso in assoluti atemporali). Come in Stevens, il verso (inizialmente endecasillabico o tendente all’endecasillabo) si espande progressivamente senza perdere in struttura ed equilibrio, divenendo quasi una rivisitazione libera della metrica classica, con cesura che tuttavia sta al lettore individuare.

L’ambizione, apertamente modernista, è quella di far confluire (ma direi piuttosto precipitare) sfere socio-economiche, storiche, mitiche, geologiche, letterarie. Molti passaggi hanno poi visionarietà e forza notevoli, con una musica maestosa da orchestra (“come un cedro nel dio bruno l’arte si confonde / scende rumorosa a valle”). Non so se sei d’accordo, ma il tuo procedere mi ha portato anche a Desolation Row di Bob Dylan, tradotta da De André come Via della povertà – anche là c’è il gusto per l’elenco di personaggi storici o mitici.

E però, come spesso nei modernisti, c’è una rinuncia totale del tessuto discorsivo-ragionante (rinunciando quindi a una voce autoriale, in nome di una impersonalità o piuttosto sovrapersonalità) a favore di uno oratorio, teatrale, ottenuto con montaggio di visioni e affermazioni (non verificabili, anti-empiriche: non fatti, non constatazioni) che dànno al tutto un tono vaticinante, dove chi scrive si pone a una distanza siderale da ciò che scrive. Insomma, avverto la voce talvolta giudicante e algida (“arbitri di dubbio gusto”, “Fukushima è l’incanto prossimo al presente”, “irrituali alterchi per l’umano”, dove il sovrattono è poi per me eccessivo) e avverto un furore assolutizzante (basti contare il numero degli articoli determinativi) a scapito della datità fenomenologica del mondo, come se questa dovesse docilmente sottomettersi alle esigenze di rarefazione allegorica pretese dall’ambizione di un affresco totale.Ed è qui che non posso seguirti, è in questo che francamente sento la poetica di Troposfere lontana. Mi farebbe piacere sapere cosa ne pensi.

Per me è invece importante che ci sia un io (o una pluralità sviluppata di “io”) a portare la poesia alla sua contingenza, gettatezza, al legame con il vissuto di chi scrive, anziché trascenderla “senza passare dal via” o senza lasciarsene in apparenza ferire. Ora che hai potuto leggere le mie Bolle azzurre (anch’esse attratte dalla misura poematica e dalla volontà di affresco), capirai a quali conseguenze di prassi scrittoria alludo. È lo stesso motivo per cui preferisco, di Eliot, La terra desolata ai Quattro quartetti: benché più sconnessa e non meno mediata culturalmente, la prima mette in scena (e con più concretezza) figure umane con le quali è possibile porsi in relazione, figure sulle quali la macchina da presa del poeta si posa per più versi, seguendole con pietas o anche con amoroso disprezzo. E tu sembri “intenerirti” (per me l’accezione del verbo è estremamente positiva) guarda a caso dove accenni a Stevens e Kafka, insomma nei punti in cui chi scrive si specchia o prova qualche empatia per chi “viene scritto”, assunto a soggetto temporaneo della scena. Io vorrei, ecco, che questa vicinanza o comprensione facessero capolino più spesso nel poemetto.

Ecco, credo che questo sia tutto quello che mi premeva dire – rimane certo l’essenziale rispetto a quello che altri potrebbero aggiungere, ma al tempo stesso è un giudizio più articolato di quello che mi sarei aspettato pure da me stesso.

A presto,

Davide

Poesia e disegno: intervista a Adriana L. Mauceri (già su “dopotutto”)

[Una decina di giorni fa, su dopotutto, è uscita una mia intervista all'artista Adriana L. Mauceri. A corredarla, i suoi disegni e i file audio delle poesie che Roberto Minardi, Alessandro Mistrorigo, Davide Racca e io abbiamo letto alla libreria Lettera22 di Siracusa. Riporto qui sotto il testo completo dell'intervista e i disegni di Adriana]. 

Davide Castiglione: Cara Adriana, grazie per aver accettato di prendere parte a questa intervista. Diamo un poco di contesto ai nostri lettori, prima di tutto. Giovedì 17 marzo, alla libreria LetteraVentidue di Siracusa, il pubblico ha assistito a qualcosa di abbastanza insolito. Mentre Roberto Minardi, Alessandro Mistrorigo, Davide Racca ed io leggevamo i nostri versi, tu li trasponevi in disegni, che in tempo reale venivano proiettati sul soffitto, sopra le nostre teste. Non solo un binomio poesia-disegno quindi, ma una specie di performance dell’atto creativo nella fase di transizione dal medium della scrittura (o meglio, della sua resa orale) a quello della rappresentazione iconica, cioè al disegno. Puoi dirci com’è nata questa idea, e quale era il tuo rapporto con la poesia prima e dopo l’evento? Mi interessa, cioè, capire se e come questa esperienza ha cambiato la tua idea di poesia e, in qualche misura, anche quella del tuo campo, il disegno artistico.

Adriana L. Mauceri: Per prima cosa grazie a voi per la possibilità di accedere nuovamente al vostro mondo. Eh sì, come dici tu, diamo dapprima un po’ di contesto ai nostri lettori…

Immagine contesto

…ritornado alla scrittura, mi concedo alle tue domande: mi chiedi come sia nato tutto. L’idea era già in cantiere da prima ancora che io ne fossi al corrente e fu lei stessa a tuffarsi tramite la collaborazione di più individui nella mia vita, chiamandomi a sé, richiedendomi. Fino ad allora non avevo mai pensato a dei poeti, figuriamoci addirittura quattro tutti d’un colpo! Il mio rapporto con la poesia era ed è tutt’ora rispettoso quasi religioso, quindi mi entusiasmò ed accettai l’invito. Senza pormi limiti né paranoie, ho vissuto aspettando il 17 Marzo: un’altro scorcio sulla serata…

Senza titolo

DC: Cara Adriana, grazie per questa risposta, che in qualche modo testimonia più un’apertura e disponibilità al possibile che un’attitudine di strategia e pianificazione. Tra l’altro ricordo che, chiacchierando, mi dicesti di aver proceduto per via intuitiva, e d’altronde non potevi avere un piano perché, non conoscendo i testi prima, hai dovuto orecchiarli “in tempo reale”. Ti andrebbe di spiegare meglio? Per esempio, pensi di esserti concentrata più sulle immagini singole che emergevano dalle nostre poesie, sull’atmosfera generale, sul nostro modo di recitarle, o su altro ancora?

AM: Credo di essermi innamorata del momento, non ero preparata, non conoscevo le vostre poesie (ovvero quelle lette durante la serata stessa), anzi non avrei mai tollerato un piano, una scaletta e nemmeno un’altalena che mi assicurava divertimento e sicurezza. Semplicemente mi è bastato stringervi la mano prima e ascoltarvi dopo… ascoltare con quanta eleganza facevate in modo che in ogni cervello umano si formasse un nuovo processo vitale e poi è stato come infilarmi nelle vostre scarpe camminando a turno con una nuova guida turistica.

DC: Qui un esempio di connubio tra le parole e il tuo camminare nel disegno…

Senza titolo_1

Sparafaccia mi fa da solenne custode a pranzo e cena. È un robot-spaventapasseri o una casa lungo-gambata su foglio A4, l’ha disegnato Vanessa, otto anni, prima che l’accompagnassi a scuola (più che accompagnarla io, volava lei sul pattino, il bomber rosa a gonfiarsi come quei paracaduti che frenano i prototipi supersportivi con propulsione a razzo). Sparafaccia esibisce sul petto un frastornío di colori confinati in rettangoli disuguali, però gli manca il verde. Non c’è dunque speranza, né giovinezza, per i robot-spaventapasseri? Macché, risponde Vanessa, il verde non va bene per sognare.

(da Diario della baldanza, Davide Castiglione)

…lo stile, in fin dei conti, è parte della propria formazione e personalità, tanto in poesia quanto nelle arti figurative. Come si è formato il tuo stile, da quali modelli hai preso le mosse? E inoltre, quanto difficile e/o naturale è stato per te coniugare il tuo modo di disegnare agli stili piuttosto diversi tra loro del nostro fare poesia? Hai avuto qualche difficoltà maggiore con qualcuno tra noi – per esempio, con le poesie più sfuggenti o meno “descrittive”, o al contrario queste ti hanno concesso maggiore libertà espressiva?

AM: Ho sempre disegnato e dipinto, fin da piccola le maestre esortavano mia madre a farmi continuare, cosa che ho inevitabilmente fatto, non perché mi imponessero, ma perché ero io a scegliere. Ho sempre scelto io quindi e amato spontaneamente l’Arte in particolare la pittura fino a mangiarla e arrotolarci le sigarette. Non l’ho davvero mangiata ed ho anche smesso di fumare, ma se qualcosa ti fa stare bene come un pranzo domenicale che ti sazia, allora sì l’ho mangiata spesso, perché nutriva la mia mente, quindi per me ad ogni pasto era sempre domenica… Mi chiedi come si sia formato il mio stile, non credo si formi forse cresce ma c’è già dalla nascita, nel mio caso ha visto ed avuto protagonisti eccellenti come Amedeo Modigliani, Toulouse Lautrec, Pablo Picasso, Eugène Delacroix, Vincent Van Gogh e tanti altri oltre ovviamente ad ottimi docenti universitari. Comunque sia non ho avuto nessunissima difficoltà a coniugare me con voi quattro.

DC: La tua risposta mi ha fatto venire in mente il titolo di un’antologia della poetessa Nobel Wisława Szymborska, La gioia di scrivere. Sembra esserci un elemento di vitalismo, di divertimento, nell’atto creativo per come lo descrivi e lo pratichi. Un’altra cosa che vorrei chiederti è questa. So che adesso stai sperimentando con le nostre poesie in versione audio, dal sito phonodia.unive.itgestito da Alessandro Mistrorigo. Siccome in questo modo potrai riascoltare le poesie più volte, fermarle e quant’altro, ho immaginato che anche l’operazione di disegno sarà forse più mediata, meditata. È così? Come si sta rivelando questa nuova esperienza?

AM: È qualcosa a cui ho immediatamente pensato la sera stessa del reading, è qualcosa che accennandola a qualcuno di voi cercava appoggio ed è stata sostenuta subito, quasi l’idea stessa arrossiva si vergognava ma poi da un solo poeta ne ha conquistati altri tre. Al momento sto solo ascoltandovi e piano piano butto giù qualcosa, non so se sarà più mediata, meditata adesso è diverso, c’è solo la necessità di offrirvi quasi il caffè la mattina, ma al momento non ha definizione e non posso dirvi più nulla.

DC: Ti ringrazio da parte di tutti i poeti di dopotutto, Adriana. Prima di lasciarci, però, ti andrebbe di anticiparci alcuni dei tuoi nuovi progetti artistici, non per forza collegati alla poesia?

AM: Grazie a voi. Ho di certo altro in testa, ma intanto ho voi le vostre belle poesie per il resto con calma mi lascio trasportare dalla vita.

DC: Grazie mille e… speriamo di organizzare nuovamente qualcos’altro insieme!

Anomalisa, o la camicia di forza della normalità (su Nazione Indiana)

Un paio di settimane fa su Nazione Indiana è uscita una mia recensione o saggetto autobiografico su Anomalisa, un film in stop motion che mi ha folgorato, toccando delle corde profonde in me. Vi ripropongo parte del testo qui; lo trovate anche nella sezione “Critica” del blog. Buona lettura.]

Devo scrivere di Anomalisa, l’ultimo film in stop-motion del regista Charlie Kaufman, uscito nelle sale italiane nel febbraio 2016. Mi occupo di critica letteraria, so poco di cinema e non ho mai osato finora cimentarmi nella recensione di film; eppure devo scriverne, se non altro per chiarirmi il più intenso, intimo e inatteso rapimento emotivo, terremoto interiore, provato da molti mesi a questa parte. Non per una poesia, non per un romanzo, nemmeno per una persona. Per un film. La stessa intensità che scattò perBlancanieve e per Mulholland Drive, ma nel caso di Anomalisa forse più introiettata, meno estetica.

A dar conto di questa intensità certamente c’entra, ma solo in parte, la mia fascinazione per il grottesco a sfondo tragico e per l’uncanny, esemplificati nella balena arenata sulla piazza di un villaggio in Werkmeister Harmonies, di Béla Tarr; certamente anche c’entra, ma ancora una volta solo in parte, la resa del sordido in chiave iperrealista, ma senza esibizione di sé, come uno Edward Hopper trasposto nella pellicola. Più ancora e finalmente c’entra il fatto che il protagonista, Michael Stone (fredda pietra, nome-emblema che può forse richiamare lo Stoner di John Williams), è un me-ombra potenziale, l’accademico che ha interrato la propria freschezza intellettuale per obbedire alla logica del successo che quella freschezza (o spregiudicatezza, non sappiamo – di Michael conosciamo il presente, non il passato) gli ha garantito. In Michael ho intravisto insomma quello che a tratti mi è sembrato di avvertire in me, perlomeno in forma embrionale e da almeno un anno a questa parte.

Michael è come avvolto da uno schermo isolante, appare morto alla vita e riduce lo scambio con gli altri al minimo indispensabile per le questioni di logistica (l’invito a una conferenza, l’alloggio…). Del linguaggio lui ha dimenticato non solo gli aspetti espressivi, ma anche quelli simbolici e di rappresentazione dell’esperienza. Ironia atroce per un motivational speaker di successo come lui, aspetto che necessiterebbe di altri paragrafi ma che si commenta già da sé. Paradossalmente, e quasi per una forma di difesa personale, Michael conserva invece un rudimento di sensibilità per l’aspetto meno strumentale del linguaggio, quello al tempo stesso più esteriore (fisico) e interiore (psicologico): la musicalità – tono, timbro, intonazione – che scorge solo in Jennifer, la protagonista femminile non troppo appariscente. In questo senso, credo, va letta l’ardita ma efficacissima scelta di Kaufman di omologare tutte le altre voci, con effetto dapprima straniante ma che poi va sinistramente assimilandosi nello spettatore. Questa iper-sensibilità per l’aspetto musicale della lingua tradisce tuttavia un grado ennesimo di egoismo, sussunto in una forma quasi autistica: a Michael non interessa cosa gli altri abbiano da dirgli, non prova interesse per la loro storia e meno che mai per la loro sfera emotiva (troppo banale, prevedibile… o forse troppo compromettente?).

(continua al link originale)

Testi da “Non di fortuna” su Interno Poesia e Librobreve

 

[Tra poche settimane vedrà la luce per i tipi di Italic Pequod la mia seconda raccolta poetica, Non di fortuna. Di recente Andrea Cati di Interno Poesia e Alberto Cellotto di Librobreve ne hanno pubblicato alcuni testi, qui e qui. Li ripropongo qui tutti insieme, ringraziando nuovamente entrambi].

Quello che non c’è

Ho deciso per me un segnale, un camion
svoltare dove c’è l’insegna gialla.
Di scatto, quindi, la mente – fermarla.
Ma non su noi che ci sopravviviamo
intuendo il fiorire da lontano,
solo e caparbio, dell’uno e dell’altra.
Scusate, ma in autunno ci si ammala
d’intimismo, si indugia nel malanno
del verso che si appoggia con dolcezza
al verso precedente. Uno il bene
che viene dalla lama, dall’accetta,
la forza che ne brilla, lo risente.
Uno il bene, due diviso, poi brezza
che non c’è. Svolta il camion, banalmente.

Metafisica di ritorno

I
Un paio di calze, ritorno tre
euro: viaggeranno più sottili
di ogni capire  sono dati
per dispersi. Prendo carne per carta
e qualcuno per qualcuno
d’altro. Carta canta, carta muta
musica in numero, numero in musica; ma nelle alte sfere
lo stesso c’è povertà,
un applicarsi da scimmie. Da qualche parte
cadono a pennello le giacche.
II
Sembra che un addetto al verde abbia visto
l’intermittenza
del quinto lampione, quinto
contando dal cortile. È in tuta pesante,
in pausa da aiuole
non sue. Quanto al tempo
fa atmosfera, grandina, può ancora
darsi che chiami per chi corra
ai ripari, e che tremi
stretta dentro un maglione tu, autunnale per principio,
tu che tremi a non fare.
Mentre altrove è ferragosto
La lezione con Krishnan finisce alle quattro
esco e l’analisi di testo si dissolve
grazie al sole sul sobborgo e che altro,
luce sui residenti. Luce di cui ho dovuto dirti
per come perfezionava le pozzanghere
nelle buche trascurate e la madre in attesa
del tram davanti al Deli, ciuffo arancio e sigaretta
gettata contro il malva dominante dei mattoni
benevolo dopo la luce, due secondi fa.
Il mio è un ritorno brioso, da formicolio.
C’è un ventenne ha le birre sottobraccio è ricettivo
pure lui ai corpuscoli grondanti sulle paraboliche.