Derek Walcott e una nuova rubrica di poesia su “Subway” / Derek Walcott and a new poetic column on the Subway website

Iniziare una rubrica di poesia con un video su Derek Walcott, poeta caraibico premio Nobel nel 1992, non è una cosa da poco. L’ha fatto Davide Ferrari (a cui avevo già accennato su questo blog qui), filmando l’incontro tra Walcott e Davide Rondoni che si è tenuto il 13 aprile a Milano. Il video è accompagnato da un articolo dello stesso Davide Ferrari, che vi invito a leggere qui. La rubrica che così si apre mira alla divulgazione di autori importanti ma sconosciuti da un pubblico ancora poco uso alla lettura poetica; il sito di Subway che la ospita, visitato da tantissimi giovani aspiranti artisti, è dunque il luogo ideale per raccogliere un pubblico vasto, non specialistico ma potenzialmente interessato alla poesia: e non ho dubbi che si riuscirà in quest’impresa, come le ottime premesse lasciano già intravedere.

To start a poetic column featuring a video on Derek Walcott – Carribbean poet and Nobel Prize in 1992 - is not such a common thing. Nevertheless, this has been done by Davide Ferrari  (already housed in this blog), who actually taped  the meeting between Walcott and Italian poet Davide Rondoni, held in Milan on 13rd April 2012. The video is followed by an article by Davide Ferrari himself, which you can read here, provided that you can speak Italian! The column is aimed at the divulgation of important poets who are nevertheless  unknown by the general public. Being visited by many young would-be artists, the Subway website housing the column is the ideal place, in that it gathers a wide, non-specialised yet interested public. Personally, I have no doubt that this initiative will have very good outcomes, as its beginnings already show!

 

 

“Frequenze clandestine”, di Dario Bertini

Dario è un mio carissimo amico. E uno per cui la parola “poeta” non mi sembra usata a sproposito. Non credo di aver mai conosciuto qualcuno più “addentro” la poesia, qualcuno che come lui la vive sulla pelle e continuamente, e non solo quando la scrive. Ricordo che lo scorso suo libro (“Distilleria di contrabbando”, ed. Cardano) uscì pochi mesi prima del mio; questo nuovo, “Frequenze clandestine”, è uscito pochi giorni fa per Sigismundus, casa editrice fondata da Davide Nota, uno dei giovani poeti più in vista e più attivi che abbiamo, e che ha già pubblicato un grande (e “scomodo”) poeta come Roversi.

Ho già letto “Frequenze clandestine” prima della pubblicazione e nelle varie fasi del suo mutare, e nel mio piccolo contribuito con consigli e impressioni; e la mia impressione è che si tratta di una raccolta dove energia, umanità di sguardo e ruvida bellezza convergono a farne un libro generoso, da portare con sé e ascoltare; un libro che, per chi abbia già letto il precedente e pur buono ”Distilleria di contrabbando”, stupirà per la concretezza delle figure che popolano i versi, e per la nuova maturità espressiva del suo autore. Respingo a questo punto ogni possibile obiezione che leghi amicizia e giudizio (e Dario lo sa, sa delle mie pignolerie e di alcune riserve): e passo la parola a una delle poesie del libro (una delle mie preferite), che era già stata pubblicata, insieme ad altre sul portale La Gru (vai al link qui):

Parlando dei sassi
a Nando

C’è tempo, c’è ancora tempo per restare. Lo vedi,
le conosci le striature, i punti stravaganti, irregolari,
dei sassi che ora tieni in mano e che conservi
fra le cose più preziose. Sarà così che sembra
parlino di noi perchè ci sono affini,
certo più antichi, ma paralleli come le strisce
segnatempo delle fasi in successione verticale, sempre
pronte a dare il segno, l’aria, perfino l’orizzonte
che avevamo sotto i piedi, su cui camminavamo
germogliati fra le rocce come erbe di stagione.
Allora sì, concordo, anche così qualcosa resta, sedimenta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nota di lettura ai testi di Sebastiano Patanè

Prosegue, con sorprese e soddisfazioni impensate, la mia collaborazione con Il Giardino dei Poeti. Una settimana fa, a tal proposito, è uscita la mia nota di lettura ad alcuni testi di Sebastiano Patanè, che vi invito a leggere. Di seguito l’inizio della nota (a breve, anche questo intervento apparirà in un file pdf scaricabile nella sezione Critica di questo sito):

Intimità senza diarismo e riconquista della parola: Sebastiano Patanè

Anche chi è abituato a leggere con l’occhio “del critico”, a volte, si trova piacevolmente costretto a far tacere, almeno per un po’, la voglia o l’urgenza di scrivere qualcosa su quello che sta leggendo: interpretazioni plausibili, osservazioni brillanti o (ahimè) riflessioni personali che riducono la poesia letta a stimolo o pretesto per esprimere se stessi, invece. Questo mi è successo con Sebastiano Patanè, e posso garantire che non mi succede spesso: mi riferisco al modo discreto eppure deciso con cui i suoi testi ti mettono in condizione di ascoltarli, senza ruffianerie e con apparente nonchalance; e così facendo ti portano a scriverne con l’illusione di averli fatti un po’ tuoi anziché solo guardati da vicino. Questo è vero soprattutto per se gli angeli, primo testo di questa coesa e pur varia sequenza. Perché? (continua a leggere al link originale)

 

PaviArt Poetry Festival

A Pavia ho ripreso a scrivere, ho conosciuto altri giovani autori, a Pavia mi sono formato: letture e confronti privati, slam poetry, conferenze (De Angelis, Pusterla, Frasca, Rossi…), presentazioni. Per questo ogni volta che vi si organizzano eventi poetici cerco di dargli risalto, nel mio piccolo. Se siete a Pavia o nei dintorni, che ne dite di un salto a questo PaviArt Poetry Festival?

Franco Fortini: introduzione e alcune poesie su Criticaletteraria

Succede spesso così: che arrivi a un autore perché è strettamente legato ad altri che ami. Così ho scoperto Franco Fortini, come punto di unione tra Sereni (di cui era amico, sia pure a modo suo, e acutissimo critico) e De Angelis (che gli ha dedicato due poesie e non ha esitato a definirlo “maestro”). Questa scoperta è di alcuni anni fa, e da allora sempre più Fortini ha cominciato a essere, e credo sempre più sarà per me, un autore importante: uno dei pochi a prestare alle cose che si scrivono ben più di qualche tic sintattico o di qualche immagine: un modo di guardare alle cose e, più ancora, la volontà di una direzione. Benché di lui abbia letto le poesie (Versi scelti, Paesaggio con serpente, Composita Solvantur, Poesie inedite), opere di saggistica o varie (Saggi italiani; L’ospite ingrato; Il movimento surrealista) e su di lui una monografia (Non parlo a tutti, di Daniele Balicco), mi sento solo all’inizio.

Sapendo che (per fortuna o purtroppo) poco si parla e poco si sa di lui, a eccezione di circoli dediti e ristretti, mi sembra il caso di riproporre qui le Pillole d’autore che scrissi alcuni mesi fa su di lui.

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La poesia di Franco Fortini (Firenze 1917 – Milano 1994) non può essere compresa fino in fondo senza avere dell’autore e dell’epoca in cui ha agito una visione almeno generale (a tal proposito segnalo l’eccellente monografia di Daniele Balicco, recensita qui su questo sito). Ogni discorso introduttivo rischia la semplificazione e la banalizzazione, tanto è feconda e problematica la dialettica tra le elaborazioni teoriche e ideologiche rinvenibili nei suoi saggi e interventi, e le concretizzazioni poetiche.
Qui basterà rilevare l’avversione di Fortini per le formule ermetiche (illuminanti i suoi saggi sui primi Luzi e Zanzotto), ma anche la sua estraneità alla poesia civile neorealista del dopoguerra. L’estetica, questo è il punto, è chiamata a prefigurare la storia (l’avvento del comunismo) obliquamente, riproponendo nel presente un’ideale di compostezza classica, di ordine, rivoluzionario quanto più innaturale e resistente alla capacità inglobante del capitalismo postindustriale.
Di qui la pronuncia secca, aspra, virile, spesso trocaica, dei versi fortiniani “di cemento e di vetro”; il ricorso all’allegoria e alla parabola (evidente nella celebre Traducendo Brecht e In memoria III) che dicono di una fiducia, paradossale visti i tempi, nei valori classici della trasmissione e dell’esempio; di qui la ricca elaborazione retorica del discorso, avversa ai miti del vitalismo e della naturalezza in voga nel dopoguerra. Ma anche l’illuminante capacità di rovesciare il discorso, di fare scattare le forze della contraddizione una volta che è stato contemplato l’orrore, sulla scia della lezione di Adorno e della scuola di Francoforte. La poesia di Fortini è didattica, ma innervata da un senso del tragico che conferisce ai suoi versi una risonanza e una durata poco comuni, eppure sempre più necessari oggi, contro la corsa al consumo e all’oblio.
La scelta seguente è tratta dai Versi scelti 1939-1989 (Einaudi, 1990) e perciò non può dar conto dell’ultima raccolta Composita solvantur (Einaudi, 1994) né, per motivi di spazio, delle splendide traduzioni da Brecht, Goethe, Milton e altri. (leggi le poesie al link originale)

 

Recensione a “Anatomia della fame”, di Stefano Pini

Un paio di settimane fa è uscita su criticaletteraria una mia recensione alla raccolta poetica d’esordio di Stefano Pini, classe 1981. L’avevo incontrato velocemente a Treviglio nel 2009, in occasione del festival di poesia che ha contribuito a organizzare: c’era Milo de Angelis che leggeva i suoi versi da Tema dell’addio, e ricordo che erano stati proiettati alcuni intensi cortometraggi. Quasi due anni dopo, ho letto alcune sue poesie sul blog Compitu Re Vivi di Sebastiano Aglieco (dove era uscita anche una mia intervista più alcune poesie inedite). Ancora dopo, ho saputo della pubblicazione: uno di quei non molti casi in cui il libro di un esordiente si acquista di propria spontanea volontà anziché quasi subirlo. Direi che è stata una buona decisione. Vi lascio allora all’inizio della recensione (potrete leggerla integralmente al link originale).

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La poesia di Stefano Pini (classe 1983) è “scavata” almeno tre volte. È scavata perché viscerale, obbedisce a una connotazione nascosta molto più che a una denotazione evidente (i referenti nei quali è facile specchiarsi subito). L’esperienza è già stata attraversata prima della stesura del testo, che la conserva in forma quasi irriconoscibile: quello che conta è restituirne gli impulsi iniziali e le precarie conclusioni di cui una riflessione sofferta è stata capace. È scavata da un punto di vista compositivo, perché i testi esibiscono una essenzialità di scheggia, coi loro spigoli duri a fine verso e la distesa della pagina bianca tutt’attorno. È scavata, infine, a livello tematico, perché la fame di cui il libro si propone un’anatomia (un’analisi, un ritratto, una vera e propria dissezione chirurgica) richiama l’aggettivo nei suoi tratti di incompletezza, di fragilità, di mancanza, tutte parole-chiave nell’universo poetico di Pini. (continua a leggere qui)

 

Nota di lettura ai “Quadri” di Fernanda Ferraresso

Posto qui l’inizio della mia nota di lettura a una sequenza poetica di Fernanda Ferraresso, “Quadri”, che è stata pubblicata un po’ di giorni fa sul Giardino dei poeti, per il quale ho iniziato a collaborare (la prima nota di lettura è stata su Stefano Guglielmin): rignrazio Cristina Bove, fondatrice del sito e grazie alla quale posso esercitarmi in letture critiche di testi che altrimenti non avrei nemmeno scoperto. La nota di lettura è stata pubblicata anche sul sito cartesensibili, a cura della stessa Ferraresso. Se vi va, lasciate un commento alle poesie in entrambi i siti!

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Per leggere la poesia di Fernanda Ferraresso nel senso pieno del termine, dobbiamo prima spogliarci delle attese discorsive a cui tanta poesia narrativa recente e contemporanea ci ha abituato. Già da alcuni decenni, infatti, molta poesia ha cercato di allontanarsi dalla significazione romantica e simbolista per assumere, o fingere, un richiamo alla comunicazione quotidiana. Questa tendenza, liberatoria allora, adesso conduce spesso a un appiattimento, a una stanchezza espressiva di cui si farebbe volentieri a meno. Dall’altra parte c’è invece una poesia che ha riscoperto l’irrazionale, il corpo vissuto come ricevente-comunicante, il canto non come evasione ma come espressione di una maggiore aderenza alle proprie radici collettive, agli archetipi. È in questa linea anti-patriarcale, estranea per scelta o temperamento al logos maschile, che la poesia di Fernanda Ferraresso può essere situata, insieme a quella di altre poetesse quali Maria Grazia Calandrone e Marina Pizzi. (continua a leggere qui)

 

Concorso “Smarrimenti”, edizioni OMP

OMP (Officina Multimediale Pavese) e’ una realta’ editoriale attiva sul territorio pavese, e la prima a livello italiano che pubblica opere interamente in copyleft e (udite udite) non a pagamento. Da poco OMP ha bandito la prima edizione del concorso letterario “Smarrimenti” (qui) allo scopo di allargare il bacino dei suoi potenziali autori: infatti i vincitori delle due categorie (poesia e narrativa) vedranno pubblicato e promosso il proprio lavoro. Le opere che ho letto edite da OMP (“La carne degli spettri” di Federico Francucci per la saggistica; “Latitudini” di Gianfranco Lanfranchi e “Autostrada del sole in un giorno d-eclisse” di Alfonso Maria Petrosino per la poesia) valide lo sono senz’altro; e allora, perche’ non provare, specie se siete esordienti o emergenti? qui di seguito il bando del concorso: BandoLetterarioOmp 

 

Recensione a “Capolavori d’inutilità”, Giacomo Coniglione

Alcune settimane fa è apparsa su “criticaletteraria” una mia recensione all’esordio poetico di Giacomo Coniglione. Lo conoscevo da prima in quanto anche lui frequentatore del “Club dei poeti”, un sito dove per anni ho commentato e sono stato a mia volta commentato, ricevendone utili impulsi per la mia scrittura. Quando ha scritto alla redazione di criticaletteraria per chiederci della possibilità di recensirlo, ho accettato subito. E’ bello sapere di altri che come te pubblicavano cose sparse sul web e che poi sono arrivati a un libro. Non che un libro sia di per sé garanzia di qualità, ma almeno spesso è il segno di un’intenzione (talora dell’impazienza) di chi scrive, un bisogno di fare il punto sulla propria scrittura e lasciarsi valutare. E così ho fatto.

Capolavori d’inutilità

Giacomo Coniglione
Il Filo, Roma 2007
Anche Capolavori d’inutilità, come molte opere prime che mi è capitato di leggere, condivide con queste la  necessità esistenziale di attraversare l’Io: checché ne dica la critica (che da una motivato rifiuto dell’Io lirico e autoriflessivo è giunta al suo attacco quasi aprioristico), credo che questo testimoni di una necessità genuina, quasi terapeutica della scrittura, con alle spalle il grande precedente sabiano.
In Coniglione il soggetto poetico è diretto, più che esporsi fa mostra di sé al lettore quasi con spavalderia, ma votandosi all’abbassamento e alla riduzione (“Sono in vendita non più a cari prezzi / e nemmeno nelle vetrine d’alta moda”; Realtà), talvolta in chiave neocrepuscolare, memore di Corazzini (“Chi sono? […] Cane che si lascia accarezzare. Cane che non sa più abbaiare”, Epigono). (continua a leggere al link originale)